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di Enrico Sbriglia*

La Repubblica, 28 aprile 2026

A scriverla è il Coordinatore nazionale della Dirigenza Penitenziaria e Garante dei diritti della persona nella Regione Friuli Venezia Giulia. Cara Presidente, nell’Amministrazione delle carceri sembra che domini una cecità che neanche la lungimirante sensibilità di José Saramago avrebbe immaginato. Delle recenti e discutibili disposizioni dipartimentali hanno previsto che, mentre ci avviciniamo all’estate, calda sia sul fronte delle guerre che delle temperature meteo, vengano rimossi - là dove ci sono - i frigoriferi che servono per custoditi i pochi generi alimentari consentiti, acquistati o ricevuti dai familiari dei detenuti, che vivono in celle sovraffollate, dove nei mesi estivi si raggiungono temperature insopportabili.

L’uso “criminale” del frigorifero. In quelle celle - ricordiamolo - ci sono persone, sì, già condannate, ma anche quelle solo imputate e spesso addirittura persone innocenti. Gli “esperti” del Dap (Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria) scrivono che i frigoriferi potrebbero essere malamente utilizzarli per nascondere cose proibite, oppure impiegati per barricarsi in caso di rivolte….

Il dono dell’ex sindaco di Trieste, Riccardo Illy. Cara Presidente, lei deve sapere che avevo personalmente fatto collocare dei piccoli frigo nelle celle del carcere di Trieste, intitolato a Ernesto Mari, maresciallo capo delle guardie carcerarie italiane, in servizio durante l’occupazione nazista, noto per la sua rettitudine, fu arrestato, torturato e ucciso dai partigiani jugoslavi nel maggio 1945. Alla fine degli anni 90’, il sindaco Riccardo Illy, con voto unanime del Consiglio Comunale donò piccoli frigoriferi, assieme alle televisioni a schermo piatto e alle lavatrici, per rendere più umana e civile la carcerazione.

Quando il clima collettivo migliora. Da quel momento, il clima organizzativo e il vivere collettivo migliorò: calarono le infezioni e le malattie gastro-enteriche, con riduzione di consumo di farmaci, di visite mediche e ricoveri ospedalieri. E questo significava anche non impegnare altro personale di polizia penitenziaria, perennemente sotto organico, per le scorte; si moderò drasticamente il consumo dell’acqua, perché per refrigerare le bevande e le pietanze, le stesse venivano collocate sotto il getto continuo dei rubinetti. Mai, negli anni che seguirono, furono utilizzati per fare barricate o altro.

Quella voglia di ricostruire il clima familiare in un contesto detentivo. Signora Presidente, per i detenuti i frigo e le tv erano (e sono) oggetti che non esagero a definire “sacri”. Probabilmente perché negli ambienti detentivi ricordano un qualcosa che rievoca il clima casalingo, anche perché in quei piccoli frigoriferi ci sono i cibi preparati da madri, da mogli, figlie, fidanzate.

Presidente, ci liberi dall’ottusità. Nelle carceri per adulti - che sono ben 189 disseminate su tutto lo Stivale - l’estate arriverà e non sarà certo un disegno criminale ordito con l’aiuto dei frigoriferi che potrà generare problemi all’equilibrio delle comunità carcerarie. Lo farà invece solo l’ottusità di che non fa nulla per rendere la vita dietro le sbarre più in sintonia con l’ormai celebre (ma disatteso) articolo 27 della Costituzione, a proposito di “divieto di pene disumane e finalità rieducative”, evitando così le crudeli cecità di far respirare ai detenuti aria afosa e umida, che sa di tutti gli odori del mondo, impedendo loro anche di bere acqua fresca. Presidente, ci liberi dalla cecità. Con stima.

*Enrico Sbriglia - Coordinatore nazionale della Dirigenza Penitenziaria della FSI-USAE e Garante dei diritti della persona nella Regione Friuli Venezia Giulia