di Alessio Scandurra
Left, 18 dicembre 2020
Quasi ovunque l'istruzione, la formazione professionale, le attività culturali e ricreative e il lavoro dei detenuti sono molto rallentati o fermi da ormai 10 mesi. La pena è regredita a uno stato di costante isolamento, interrotto solo per alcuni dai contatti con i familiari.
La pandemia da Covid-19, che ha messo in crisi le nostre società, il nostro modo di vivere e la nostra idea di sicurezza ha colpito quasi ogni aspetto della nostra vita privata, ma anche e soprattutto il nostro vivere associato, e di conseguenza quasi tutte le istituzioni pubbliche.
Tra queste, per quanto spesso ce ne si dimentichi, c'è anche il carcere. Non appena la pandemia, a partire proprio dall'Italia, ha raggiunto l'Europa, tutti i Paesi hanno finito per porsi rispetto al carcere, anche se con risposte diverse, esattamente gli stessi problemi.
All'inizio è stato un grido di allarme. In molti Paesi, Organizzazioni non governative, l'accademia, la politica e le istituzioni pubbliche hanno cominciato da subito a denunciare i rischi che il virus avrebbe potuto avere sulla popolazione detenuta, costretta in spazi, anche dove il sovraffollamento formalmente non c'è, che rendono comunque impossibile qualunque forma di distanziamento sociale.
Ovunque in Europa, come altrove, le carceri sono posti malsani, con carenze igieniche spesso drammatiche, e la popolazione detenuta, una buona parte della quale non è più giovanissima, ha spesso problemi di salute, legati anche ad uno stile di vita insalubre sia prima che durante la detenzione, che ne fanno un gruppo particolarmente a rischio in caso di contagio. Al grido di allarme da subito si sono unite anche le istituzioni europee, sia nell'ambito del Consiglio d'Europa che in quello dell'Unione europea.
Sono stati prodotti raccomandazioni, suggerimenti operativi e indicazioni di buone pratiche, finalizzati alla prevenzione dei contagi, al contrasto al sovraffollamento e alla tutela dei diritti delle persone detenute in questa fase particolarmente critica. Si è trattato di misure non vincolanti che indicavano una direzione lungo la quale, seppure a velocità ed in misura diversa, si sono mossi quasi tutti i Paesi europei.
Anzitutto adottando misure che di fatto hanno comportato una chiusura quasi totale del carcere. In Italia dall'8 marzo, e poi in molti altri Paesi, sono stati vietati i colloqui con i familiari, le uscite dei detenuti in permesso e l'ingresso di operatori esterni e volontari, di fatto riducendo al lumicino, o azzerando del tutto, le attività che prima, si svolgevano in carcere.
Da noi questo lockdown penitenziario è durato fino a fine giugno, ma nei fatti ad oggi molte attività ordinarie non sono ancora riprese. Sono però ripresi i colloqui con i familiari, anche se in quantità limitata e con protezioni aggiuntive, ma altrove in Ue ancora non è così e ci sono detenuti che non vedono i propri familiari ormai da 10 mesi.
Le tensioni generate da queste restrizioni e dalla paura dei contagi sono state enormi, e in Italia hanno causato numerose rivolte che sono costate la vita a ben 14 detenuti. Un fatto senza precedenti per diffusione e gravità, ma si è trattato di un caso fortunatamente isolato in Europa. Non c'è notizia che altrove le proteste tra i detenuti o i familiari siano sfociate in tragedia.
Nel nostro Paese, per non troncare del tutto i contatti con l'esterno, ai detenuti sono state concesse telefonate aggiuntive ed è stato attivato quasi subito un servizio di videochiamate sostitutivo dei colloqui in presenza. Misure simili sono state adottate anche in altre nazioni ma non ovunque.
In molti casi, ad esempio in Francia, non sono state introdotte le videochiamate, mentre altrove molti detenuti sono stati comunque esclusi da queste opportunità, come ad esempio le persone in custodia cautelare in Polonia. Al tempo stesso in tanti hanno pensato a come diminuire il numero dei detenuti, e dunque l'affollamento delle carceri.
C'è chi da subito, come Paesi Bassi e Germania, ha adottato misure per limitare l'ingresso in carcere cere d i nuovi detenuti, e chi invece, come abbiamo fatto noi, ha introdotto disposizioni per favorirne l'uscita.
Il Portogallo ha addirittura predisposto una amnistia straordinaria. Ma non sono stati pochi gli Stati, come Ungheria o Bulgaria, che non hanno fatto nulla di tutto questo, o i Paesi in cui, come in Inghilterra e Galles, sono state adottate misure minimali che hanno consentito l'uscita di pochissime persone. Per fortuna in generale la popolazione detenuta in Europa è diminuita pressoché ovunque, anche in quei Paesi in cui non sono state adottate misure specifiche a questo scopo. Questo è successo anzitutto a causa delle sospensioni o dei rallentamenti nell'attività dei tribunali, che hanno di fatto inciso sul flusso degli ingressi in carcere.
Ma anche perché le misure di lockdown adottate fuori dal carcere hanno avuto effetti anche sui reati commessi, che sono significativamente diminuiti quasi ovunque. Infine in diversi Paesi, a prescindere dal fatto che si fossero introdotte o meno misure straordinarie, le istituzioni coinvolte hanno cercato di usare al massimo gli strumenti già esistenti per contenere i numeri della detenzione e promuovere il ricorso alle alternative. In alcuni casi, come in Francia o in Italia, rispettivamente il ministero della Giustizia e il procuratore generale della Corte di cassazione hanno esplicitamente e pubblicamente chiesto ai magistrati di impegnarsi in questa direzione.
Gli esiti sono stati però disomogenei. Come abbiamo detto la popolazione detenuta è calata quasi ovunque, ma mentre in nazioni come l'Italia, la Francia, il Belgio o la Scozia questo calo è stato ampiamente superiore al 10% delle presenze, in altri è stato assai meno significativo e dunque minore la sua utilità per limitare l'affollamento e facilitare il contenimento dei contagi in carcere. Altrettanto disomogenea è stata la durata di questi esiti.
Quasi ovunque contestualmente al calo dei contagi che si è registrato con l'arrivo dell'estate, la popolazione detenuta è tornata a crescere. In molti casi dunque, quando è arrivata la seconda ondata, il piccolo patrimonio di posti liberi e celle singole conquistato durante il lockdown era andato in parte perduto.
Questo in Italia è successo in misura abbastanza limitata, in modo più netto altrove, ma quasi ovunque lo sforzo registrato durante la prima ondata per svuotare le carceri pare ora essere venuto meno. Anche per questo i numeri dei contagi in carcere in Europa sono al momento assai preoccupanti. In Italia abbiamo oggi oltre mille positivi tra i detenuti, ed altrettanti tra il personale, una situazione tre volte più grave rispetto alla prima ondata.
E in molti altri Paesi europei la situazione non è migliore. Nel Regno Unito alla fine di ottobre i detenuti risultati positivi al Covid-19 da marzo erano 1.529, 883 in più rispetto a settembre. In Spagna a fine ottobre si contavano 334 contagi, contro gli 85 registrati durante la prima ondata. Si moltiplicano intanto i contagi in Francia: dai 47 del 5 ottobre si è passati agli 88 del 14 ottobre, quindi ai 117 del 20 ottobre per arrivare ai 178 del 4 novembre.
Ed il dato è ancora in crescita. Insomma, l'emergenza coronavirus nelle carceri europee è tutt'altro che superata e ci vorrà ancora parecchio tempo prima di un ritorno alla normalità. Nel frattempo però ci sono già alcune lezioni che dovremmo avere imparato. La prima è che la chiusura del carcere, in gran parte dell'Europa, ha comportato una mancanza di trasparenza e di informazioni particolarmente pericolosa. Il non sapere esattamente cosa stesse succedendo ha generato tensioni e paure a volte del tutto ingiustificate tra detenuti e familiari, ma questa stessa chiusura ha creato anche un clima di impunità particolarmente pesante se sono vere ad esempio le denunce ricevute da Antigone di pestaggi e rappresaglie avvenute in diverse carceri italiane nei giorni successivi alle rivolte del 7 ed 8 marzo. La chiusura del carcere avrebbe dato vita ad una spirale di illegalità che non deve assolutamente ripetersi.
La seconda è che quella stessa chiusura ha comportato una limitazione dell'accesso ai servizi sanitari delle persone detenute che, prolungata nel tempo, diventa intollerabile. Perché non c'è solo il Covid-19.
I detenuti di norma accedono frequentemente a prestazioni sanitarie dentro, e soprattutto fuori, dal carcere. Tutto questo ha subito una drastica battuta d'arresto e ad oggi, a 10 mesi dall'arrivo della pandemia, come ci si può immaginare le conseguenze di tutto questo sono drammatiche e l'esigenza di porvi rimedio improcrastinabile.
La terza lezione da trarre è quella segnata dalla distanza tra la nostra "nuova normalità" e quella del carcere. Se noi ci siamo sempre più attrezzati, soprattutto con le nuove tecnologie, per riprendere nei limiti del possibile le nostre normali attività, il carcere in molti Paesi europei, inclusa l'Italia, è ancora in un sostanziale stato di lockdown dal quale non si vede l'uscita.
La scuola, la formazione professionale, il lavoro, le attività culturali o ricreative sono enormemente rallentate o del tutto ferme da ormai 10 mesi e la pena è regredita ad uno stato di costante isolamento interrotto solo per alcuni dai contatti con i familiari.
Una condizione che potrebbe essere mitigata da un maggiore accesso agli strumenti digitali di comunicazione. Una misura senza la quale la pena detentiva oggi in molti Paesi europei verrebbe eseguita in palese violazione di quei criteri e di quelle finalità che le legislazioni nazionali e gli stessi standard europei cercano di promuovere.











