di Eleonora Martini
Il Manifesto, 28 novembre 2024
Il racconto dall’Istituto penale per minorenni (donne e uomini) Casal del Marmo di Roma. I mutamenti in atto e i contrasti con un mondo che non sa dare risposte adeguate. E un futuro possibile. Julia ha 19 anni appena compiuti, gli ultimi due compleanni li ha passati qui, a Casal del Marmo, l’Istituto penale per minorenni che si sviluppa su quattro palazzine nel mezzo della campagna di Roma nord. E della sua “bella Palermo” ha un ricordo dolce-amaro perché si è sentita “tradita” dalla sua gente: “Prima ero la studentessa brillante, la brava ragazza, l’attivista che aiutava gli altri. Poi dopo il fatto sono diventata un mostro. Dalla scuola all’ospedale, dove mi curavano per gli attacchi di panico, nessuno ha mantenuto le promesse di aiutarmi”. Occhiali da intellettuale sopra i grandi occhi neri e parlantina forbita consolidata negli anni di militanza in un paio di gruppi politici giovanili, passando per Amnesty International e il Wwf.
“Sapevo tutto delle carceri degli altri Paesi, nulla di quelle italiane”. Legge il manifesto, studia con profitto all’università per diventare designer e il livello di consapevolezza acquisito lo deve alle sue educatrici e alla psicoanalisi a cui volentieri si sottopone più volte a settimana. “Quando sono arrivata qui pensavo di battermi per le cause degli altri. Non sapevo di essere io ad aver bisogno di supporto”. Ci ha messo un po’ per capire, sempre che ci sia qualcosa di comprensibile nell’omicidio della propria madre, “unico genitore, figlia unica, mio padre non l’ho mai conosciuto”. Da qualche tempo però “faccio fatica a parlare davvero di me, perché i primi 45 minuti con lo psicologo sono assorbiti dallo sfogo sui problemi in sezione, i litigi continui, le urla, le minacce. Una ragazza che tenta di impiccarsi, quell’altra che chiede solo farmaci per poter dormire (e glielo lasciano fare, non come prima quando se non volevi andare a scuola rimanevi in cella senza tv), le rivolte che bloccano le attività”.
Sì perché per Julia a volte si può parlare di vere e proprie “rivolte, anche organizzate”, che innescano reazioni a catena di agenti “troppo giovani e inesperte”. Poliziotte che passano il loro tempo a redigere rapporti disciplinari, almeno altrettanti di quanti ne meriterebbero loro stesse, sembra di capire. “Cosa c’è di rieducativo in tutto questo?”, è la domanda senza risposta.
Mansour ha 20 anni e gli ultimi tre li ha passati qui. Quando aveva 15 anni è partito dalla Tunisia, spinto da una famiglia che ancora oggi si aspetta aiuti economici da lui, ed è arrivato a Lampedusa su un barcone, da solo, in compagnia di altri tunisini che quasi non conosceva. A Roma, dove è approdato dopo essere scappato dalla comunità di Taranto, quando era ancora minorenne ha lavorato per un po’ in un autolavaggio gestito da un egiziano: “Trenta euro al giorno dalle 8 di mattina alle 8 di sera, senza contratto. Per un mese ho dormito in strada, poi sono andato in questura e mi hanno portato in una comunità”. Ma la strada ha il suo richiamo, come fosse una sirena. “Facevo le cose senza pensare”. Forse lo spaccio, forse altro. Fatto sta che di anni da scontare ne ha sei.
A Casal del Marmo qualcuno gli ha insegnato a pregare. “Sono nato musulmano ma prima non pregavo, ora lo faccio e ne trovo giovamento”. Però va anche dallo psicologo, e non se ne vergogna. È solo, non ha amici, nessuno viene mai a trovarlo, neppure un imam. Si era invaghito di una ragazza romena che è stata liberata e ora soffre anche di più. Qui il suo percorso è cominciato con l’alfabetizzazione, in italiano e arabo, perché a scuola non è mai andato e a lavorare ha iniziato a 13 anni. Fuori di qui sogna solo “una vita normale, una famiglia, un lavoro, per mandare i soldi a casa”. Dentro, invece, vorrebbe “una sezione speciale dedicata solo ai detenuti articolo 21”. Strano pensiero. Ma il ragazzo è taciturno ed è l’educatrice a tradurre: “Mansour vorrebbe un lavoro esterno e, una volta ottenuto, vorrebbe proseguire nel suo percorso, senza “tentazioni” interne”. “Ho capito - ammette il giovane - che partecipare alle proteste non porta niente di buono. Gli altri escono e io rimango qui. Non sono vere e proprie rivolte, solo scaramucce. Ma ora ho imparato a pensare prima di agire”.
Julia e Mansour sono solo due dei 68 ragazzi reclusi a Casal del Marmo nel giorno in cui si celebra la Giornata internazionale dell’adolescenza e dell’infanzia; 43 sono in attesa di giudizio. Al momento della nostra visita, nelle due palazzine che ospitano i maschi ci sono 56 posti disponibili e 54 ospiti, di cui 38 minorenni (27 sono stranieri di cui 21 minori non accompagnati, soprattutto maghrebini ed egiziani) e solo 5 ultra 21enni. Nessun sovraffollamento, dunque, oggi. Ma il numero dei reclusi cambia di giorno in giorno. “Nell’ultimo anno sono aumentati i ragazzi che fanno uso di sostanze e scontano reati legati all’assunzione di alcol e droghe: più che spaccio, parliamo di rapine, oltraggio, risse”, riferisce la Coordinatrice dell’area tecnica Elisabetta Ferrari, dal 2010 in questo Ipm. “Alla stazione Termini - continua - il Rivotril viene distribuito gratis in cambio di piccoli furti. E loro lo prendono perché arrivano in Italia già in condizioni di grave disagio, provenienti da famiglie povere e disgregate, con alle spalle esperienze troppo dure per la loro età. Lasciati allo sbando, alla ricerca almeno di un nuovo status symbol da esibire, adottano comportamenti delinquenziali difficili da sradicare ma al fondo sono mossi solo da forte disagio esistenziale, con pressioni sociali e culturali incredibili. Una generazione sfasciata. Si rendono poco conto delle conseguenze delle loro azioni e sono particolarmente intemperanti. Difficile capire come si fa a ridargli un’adolescenza sana”.
Più affollata invece la sezione femminile (presente solo a Roma e nell’Ipm di Pontremoli): 14 ragazze in 10 posti regolamentari, oggi. Ci sono stati giorni in cui in una stanza da quattro dormivano in sei, con due materassi a terra. Sono quasi tutte italiane, al contrario di qualche anno fa quando la maggioranza delle recluse era rom, e di solito scontano pene per reati molto gravi.
Di questi ragazzi e ragazze si occupano 12 educatori, due pedagogisti, una mediatrice culturale di lingua araba, 3 psicologi e 3 medici in pianta stabile. Presenti invece solo una volta a settimana, i sanitari del Serd e uno psichiatra. Più raramente, all’occorrenza, vengono chiamati altri mediatori culturali. Spiega Elisabetta Ferrari: “Gli educatori e i funzionari non hanno grandi possibilità di carriera mentre nella polizia penitenziaria c’è grande mobilità e negli ultimi anni le loro carriere si sono più attivate. Con il risultato che gli agenti sono spesso poco più grandi dei reclusi, e questo non aiuta”.
Dal suo punto di vista se il sistema degli Ipm è meno efficace di prima è dovuto soprattutto al fatto che “la figura dell’adulto è molto in crisi in questo momento, e i ragazzi si insinuano nelle fragilità di un sistema che, rispetto a qualche anno fa, ha perso coerenza ed eccede in burocrazia. E così molti ragazzi invece di crescere più sani, qui dentro accumulano reati su reati. Prima, fino a qualche anno fa, era diverso: le intemperanze erano trattate come tali. E gli adulti erano capaci di gestirle”. Senza paure e senza ripicche.










