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di Carlo Mastelloni

Corriere del Veneto, 20 agosto 2024

Mio nonno obbligò mio padre a visitare il carcere di Poggioreale a Napoli a diciotto anni, e mio padre si comportò in maniera analoga con me non ancora maggiorenne. Perché conoscere il quotidiano dei detenuti e delle guardie carcerarie deve essere un principio di civiltà immanente alla società: la nostra Costituzione, all’ articolo 27, impone la rieducazione del condannato abbracciando la teoria dell’”emenda” trasmessaci da Cesare Beccaria. Nel Dopoguerra, quando ancora si raccoglievano i morti ammazzati nelle strade e nelle campagne i nostri Padri costituenti si trovarono tutti d’accordo nel non accogliere la teoria della “retribuzione”, per intenderci l’”occhio per occhio”.

Quando passo per Rio Terà dei pensieri a Venezia, sestiere Santa Croce, e guardo il remoto fortilizio che ancora oggi funziona come Casa Circondariale penso, e io conosco bene quelle mura e quelle stanze, che i governi succedutisi non hanno rispettato alcuni appuntamenti con la civiltà. E in particolare mi riesce difficile pensare che non si sia ravvisata l’esigenza di costruire un carcere moderno così come si sentì a proposito dell’aula bunker per processare i brigatisti. Auspico che i giovani alunni, attraverso docenti e presidi dei vari istituti scolastici, si mobilitino per organizzare visite all’ interno del carcere per capire in che cosa in concreto si traduce l’eterno “sovraffollamento” dei detenuti e la condizione umana in cui versano gli stessi. Una cosa è certa: non basta il solito decretino per normalizzare la situazione o visite strombazzate del nostro ministro della giustizia dalla garbata loquela a risolvere una situazione che dovrebbe essere affrontata ogni giorno.

Da chi? Quantomeno dal Dap centrale, Dipartimento amministrazione penitenziaria, che ha fallito, diciamolo pure, il proprio obiettivo non allestendo una scuola-quadri permanente tale da incidere sul cambiamento radicale di una impostazione culturale ripetitiva e non risolutiva continuando, per esempio, a sfornare psicologi per dare un aiutino ai carcerati, ovviamente affetti da una nevrosi di massa.

Si è finito per ignorare dunque propositi istituzionali di assoluto rilievo, primo in testa il far vivere decentemente detenuti e agenti in strutture idonee a garantir loro il cosiddetto spazio vitale. Un’ altra cosa è certa: a Venezia e nel Veneto, come in tutta Italia, non mancano i mattoni, e i germi per lasciare un po’ di campo libero a una cultura diversa con cui affrontare i problemi del circuito carcerario.