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di Eleonora Martini

Il Manifesto, 5 novembre 2026

Il Comitato per la prevenzione della tortura pubblica il rapporto sulle visite del 2025. Violenze, degrado e soprusi. L’Italia “a un passo” dai trattamenti inumani. Spazi detentivi decisamente al di sotto della soglia prescritta dalla Convenzione europea per la prevenzione della tortura; approccio del personale di polizia all’interno delle carceri ancora non in linea con le Regole penitenziarie europee; violenze tra detenuti ma anche limitazioni eccessive per i reclusi sottoposti a “sorveglianza particolare” e a “isolamento diurno”; violazioni dei diritti sui reclusi sottoposti a provvedimenti disciplinari. Troppe morti e troppi suicidi. E assistenza sanitaria, in particolare psichiatrica, a scacchiera, sul territorio, con alcune regioni del sud dove la tutela della salute dei detenuti non viene garantita.

Non solo sovraffollamento, dunque, nelle carceri italiane, secondo il rapporto che il Comitato per la prevenzione della tortura (Cpt) del Consiglio d’Europa ha pubblicato ieri, come resoconto delle visite effettuate a settembre dell’anno scorso. A conclusione di quel tour, una delegazione capitanata dal presidente Alan Mitchell ottenne - dopo aver insistito un po’ - un incontro con il ministro della Giustizia Nordio. Li chiamano high-level talks, riservati ai Paesi da tenere particolarmente d’occhio, e sono una sorta di trattativa sui tempi e i modi di intervento. Davanti al lungo elenco di carenze e illeciti emersi durante le visite del Cpt, il governo Meloni ha tentato una difesa. Che però non ha convinto il Consiglio d’Europa.

Preso atto dell’esistenza di un piano carceri, con annesso commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria, e riconosciuti “gli sforzi profusi”, il Cpt infatti abbandona subito le formalità di rito e passa ad elencare le “questioni prioritarie”. Primo, ridurre subito il sovraffollamento. E a questo proposito, malgrado l’esecutivo abbia ribadito - in un documento di ben 11 pagine - che “entro il 31 dicembre 2027 ci saranno 10.507 posti recuperati o nuovi: 3.722 quest’anno, 6.200 l’anno prossimo, più i 585 già disponibili dall’anno scorso”, l’organismo europeo chiede “informazioni precise sul numero di posti carcerari aggiuntivi creati fino ad oggi e su quelli attualmente previsti per il periodo dal 2026 al 2030”.

Nel Rapporto il Cpt mette in evidenza, per esempio, che al momento delle visite “quasi un quarto dei detenuti era collocato in camere di pernottamento con uno spazio minimo abitabile” inferiore ai 4 metri quadri richiesti per ciascuna persona. Inoltre, la polizia penitenziaria “non ha ancora adottato un autentico approccio di sicurezza dinamica come previsto dalla Regole penitenziarie europee”, ossia celle aperte per la maggior parte del giorno, centralità della rieducazione, “creazione di fiducia” e “interazione quotidiana con i detenuti come mezzo per ridurre le tensioni e migliorare la sicurezza”. E perfino il tanto sbandierato protocollo anti-suicidio è depotenziato da una serie di inadempienze e carenze come “gli scarsi livelli di presenza del personale sanitario”, l’assenza di sistemi di allerta e così via.

“Quando il Cpt afferma testualmente che lo Stato italiano è “a un passo dal sottoporre” i detenuti a trattamenti inumani e degradanti a causa del sovraffollamento, certifica che la linea di confine tra il rispetto delle norme interne e internazionali è superato”, fa notare Nessuno tocchi Caino. “Un quadro fosco, preoccupante”, per Antigone. “La tortura esiste. Gli abusi anche”, riassume il presidente Patrizio Gonnella.

“Lo stesso Dap ricorda come dal 2017, anno dell’introduzione della tortura nel codice penale, sono stati avviati ben 64 procedimenti giudiziari che hanno coinvolto il personale penitenziario per tortura e maltrattamenti” con 505 poliziotti penitenziari coinvolti di cui 405 ancora sotto procedimento o indagine. 47 agenti sono stati sanzionati disciplinarmente dal Dap per maltrattamenti o tortura. 11 sono stati licenziati. Dunque c’è un problema strutturale di cultura della pena che investe la Polizia penitenziaria. Non si può - conclude Gonnella - parlare di mele marce”.