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di Luigi Manconi

La Repubblica, 26 agosto 2022

Rita Bernardini, presidente di Nessuno Tocchi Caino, una settimana fa ha intrapreso lo sciopero della fame per segnalare l’aumento dei suicidi in carcere e per chiedere provvedimenti in merito. Insieme a lei digiunano le detenute del carcere Lorusso e Cotugno di Torino, l’associazione Marco Pannella e numerosi familiari di carcerati.

Da inizio anno sono 56 le persone ristrette che si sono tolte la vita. A lanciare l’allarme era stata anche l’associazione Antigone che nel suo ultimo rapporto aveva evidenziato come, nel solo 2021, su 148 detenuti morti in carcere, ben 57 si erano tolti la vita (il 38% del totale dei decessi).

Secondo alcune ricerche in carcere ci si toglie la vita con maggiore frequenza nelle prime settimane di detenzione, chi lo fa è spesso molto giovane e in maggioranza si tratta di persone non ancora giunte a una condanna definitiva. Questi, in sostanza, sono i tre punti principali su cui la letteratura internazionale, a partire dagli anni 2000, è sembrata convergere.

A queste variabili, considerate “endogene”, se ne è aggiunta un’altra, tipicamente italiana: il sovraffollamento. Laddove il numero delle presenze risulta eccedente la capienza della struttura, il ricorso al suicidio si fa sensibilmente più frequente.

Tale prospettiva permette, soprattutto nel caso italiano, di spostare l’attenzione dall’individualità del gesto - mai dimenticare che ogni suicidio è una storia a sé - all’ambiente e ai suoi connotati strutturali e organizzativi.

Pietro Buffa, dirigente dell’amministrazione penitenziaria, parlò di “posizione universalistica”, per definire una strategia di prevenzione del fenomeno che, a fronte di una tendenza alla “psichiatrizzazione” del disagio carcerario, privilegia “una prospettiva ecologica che considera la posizione del soggetto nell’ambiente di vita, contrariamente all’idea diffusa che il suicidio sia una manifestazione psicopatologica di un disordine individuale”.

Considerare il soggetto nel suo spazio di vita, in questo caso, significa considerare il detenuto nella dimensione carceraria, riflettere sulla sua possibilità di muoversi nell’ambito detentivo e, soprattutto, sulla sua possibilità di comunicare, primo e incoercibile bisogno vitale di chi è privato della libertà. Non è un caso, del resto, che le rivolte carcerarie, dopo decenni di relativa tranquillità, siano ricominciate proprio nel 2020. Quando, cioè, la possibilità di movimenti, di scambi, di relazioni, tra i detenuti e tra i detenuti e l’esterno, venne praticamente soppressa a causa del lockdown.

La questione è evidentemente enorme, ma ciò che sconcerta è che non si adottino nemmeno quelle misure ragionevoli e di buon senso, capaci di limitare l’afflizione e attenuare la drammaticità della situazione.

Pochi giorni fa, il cappellano del carcere di Busto Arsizio, don David Maria Riboldi, ha intrapreso, a sua volta, lo sciopero della fame, chiedendo che venisse messo a disposizione un telefono in ogni cella, in modo che i detenuti potessero intrattenere relazioni con i propri cari. Don David Maria Riboldi non ha avuto risposta, e nemmeno noi.