di Luigi Manconi
La Repubblica, 14 agosto 2024
I piccoli che consumano la primissima infanzia in cella sono vittime della più oltraggiosa iniquità. E rappresentano il precipitato di tutte le contraddizioni e degradazioni del sistema giudiziario. C’è una branda di ferro pesante, che sostiene una rete metallica, e sopra, un materasso di gomma piuma alto due dita. Quella struttura ferrigna presenta quattro singolari deformazioni: gli angoli retti della branda sono stati attutiti e attenuati, proteggendone le punte con indumenti di lana: allo scopo di impedire che quegli angoli acuminati feriscano i corpi vulnerabili dei bambini che giocano lì accanto. Perché, in effetti, qui intorno si muovono alcuni minori. Sono gli “innocenti assoluti”, dai zero ai tre anni, reclusi nella sezione nido del carcere di Rebibbia, a Roma, insieme alle proprie madri.
Ho assistito a quella scena anni fa, ma nel frattempo, seppure qualcosa è cambiato (e quei letti crudeli sono stati sostituiti), la situazione resta la stessa: oggi, all’interno del sistema penitenziario italiano, vivono 24 bambini. In carcere pressoché tutti si dichiarano incolpevoli, e una parte significativa lo è davvero, ma una simile dichiarazione dipende spesso da un’idea tutta soggettiva, e opinabile, di cosa sia il male e di cosa sia il bene.
Nel caso, invece, di chi consuma la sua primissima infanzia in un universo concentrazionario il giudizio non può che essere assoluto: si tratta delle vittime della più oltraggiosa iniquità. Che rappresentano, sotto il profilo dell’amministrazione della giustizia, il precipitato di tutte le mille contraddizioni e degradazioni del sistema giudiziario.
E, infatti, un’organizzazione statuale e chi la dirige sul piano politico-amministrativo, che si sono rivelati incapaci di assicurare un destino diverso e meno infausto a 24 creature, come possono riformare in profondità quell’apparato che chiamiamo Giustizia? Per questa ragione si insiste su quello che a qualcuno può apparire un dettaglio, pure se il più efferato e ingiurioso dei dettagli: quei 24 “innocenti assoluti”. Perché proprio in questo si palesa la tragica impotenza del sistema della giustizia a riformarsi. E si rivelano tutte le incongruenze e i punti di frattura che annunciano un irreparabile collasso.
Finché si reitera, riproducendola all’infinito, la presenza di alcune decine di piccoli criminali in aspettativa (perché questo spesso è il loro destino), come si può credere nelle promesse di cambiamento delle regole della custodia cautelare, di accelerazione dei processi, di un maggiore equilibrio tra accusa e difesa e di tutela dei diritti delle persone private della libertà?
Si dirà: ma cosa hanno fatto di diverso i precedenti governi, compresi quelli di centrosinistra? La risposta è desolatamente nota: poco o nulla. Ma oggi siamo di fronte a una rottura ulteriore e a un salto nel peggio. Finora, tranne in casi eccezionali, la soglia di età per l’ingresso in carcere dei bambini era quella dei 12 mesi. Oggi, a causa delle norme del disegno di legge Sicurezza, all’esame delle Camere, il ricorso alla cella è previsto dallo stato di gravidanza della madre a tutto il primo anno di età del figlio, e oltre. Ovvero il differimento automatico della pena diventerà discrezionale.
Ancora una volta, può apparire un particolare poco rilevante. Ma non lo è affatto. Per due ragioni. La prima: crescerà inevitabilmente il numero degli “innocenti assoluti” costretti alla esperienza carceraria sin dai primi giorni di vita.
Seconda ragione: si tratta di un provvedimento di natura schiettamente ideologica, che ha effetti potenti sulla formazione di senso comune e di pregiudizi; e che ha conosciuto una preparazione minuziosa fino all’ossessività nella produzione mediatica di stereotipi intorno a uno stigma odioso: la donna rom, autrice di molti furti e di altrettanti parti. Non si tratta di una mera invenzione, ma l’essenza del giustizialismo consiste esattamente in questo: nel fare di un reato un regime penale, nell’organizzare intorno a una fattispecie un sistema di norme, nel varare una legge-fotografia (ritagliata, cioè, sull’identità di un singolo o di un gruppo).
È l’espressione perfetta di quello che, proprio sessant’anni fa, a proposito della politica americana, Richard Hofstadter definiva lo “stile paranoide” (il saggio è stato tradotto da Adelphi). Si trasforma, cioè, un fatto oggettivamente pericoloso ma circoscritto, come il borseggio, in un diffuso allarme sociale, vi si costruisce sopra panico morale e “galvanizzazione delle masse” e, oplà, si apparecchia una legge ad hoc con aggravanti speciose (per i delitti commessi “su ferrovie e mezzi di trasporto”) e iperbolico inasprimento delle pene.
Intanto 24 bambini (ma è possibile che il numero cresca rapidamente) continuano a restare prigionieri, con tutti gli effetti clinici che la letteratura scientifica ha già evidenziato. La deprivazione sensoriale determinerà inevitabilmente l’alterazione dei sensi della vista, dell’udito e dell’olfatto, e possibili disagi cognitivi. E ciò in nome della “sicurezza dei cittadini”. Fatico a immaginare una impostura più infame di questa.











