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La Repubblica, 31 luglio 2018

 

Il rapporto semestrale dell'Associazione Antigone: "Che non ci sia un'emergenza immigrazione lo dicono i numeri". La denuncia: in troppi istituti di pena le condizioni di vita sono insostenibili.

Sono 58.759 i detenuti nelle carceri italiane, 672 in più negli ultimi cinque mesi. È il bilancio dell'Associazione Antigone che pubblica un aggiornamento sulle condizioni di detenzione nella prima metà dell'anno. Dai numeri emerge che ci sono 8.127 detenuti in più rispetto alla capienza regolamentare: al sovraffollamento, sottolinea Antigone, non si risponde con nuove costruzioni, ma "diversificando il sistema sanzionatorio e non puntando solo sul carcere quale unica pena". Il 33,4% dei detenuti è in custodia cautelare. Di questi la metà, non ha avuto neanche un primo provvedimento di condanna. Mentre sono 21.807 i detenuti che devono scontare una pena inferiore ai 3 anni e che potrebbero dunque, in parte, usufruire di una misura alternativa alla detenzione.

Dal 2008 ad oggi, a fronte del raddoppio della presenza di stranieri in Italia, da 3 a 6 milioni tra regolari e irregolari, quelli detenuti sono calati da 21.562 a 19.868. Il dato evidenzia dunque che "non c'è un'emergenza stranieri e non c'è un'emergenza sicurezza connessa agli stranieri". Con il raddoppio della popolazione, i detenuti infatti sarebbero dovuti raddoppiare, sottolinea l'Associazione: "Invece no. Ogni diversa interpretazione e ogni allarme sono pura mistificazione". Gli stranieri sono comunque il 33,8% del totale dei detenuti e quelli non europei sono 13.490, ossia il 22,9%.

È straniero il 44.64% dei detenuti cui è stata inflitta una pena inferiore a un anno (e dunque per reati di scarsa gravità) e solo il 5,6% degli ergastolani (che sono complessivamente 1.726). Considerando i reati più gravi, come ad esempio la criminalità organizzata, il 98,75% dei detenuti condannati per tali delitti è italiano e solo l'1,25% è straniero. Inoltre, gli stranieri costituiscono il 37,3% dei detenuti per violazione della legge sulle droghe, i quali sono complessivamente 20.525.

In diversi penitenziari del Paese si riscontrano ancora carenze per adeguate condizioni di vita del detenuto. Nel 33 % delle carceri, si legge nel rapporto, non funziona a norma il riscaldamento d'inverno e nel 26,7% dei casi non vi è acqua calda in alcune celle. Nel 63,3% delle carceri ci sono celle senza doccia, al contrario di quanto prevede la legge e nel 53,3% vi sono celle in cui le finestre presentano schermature che riducono l'ingresso di aria luce naturale. Nel 75,9% dei casi, inoltre, mancano luoghi di culto per i detenuti non cattolici, mentre "la radicalizzazione - osserva Antigone - si combatte riconoscendo i diritti religiosi".

Nell'10% delle carceri visitate, per detenuti di fede islamica non è previsto tutto l'anno un menù rispettoso dei loro precetti e nel 13,3% non entra alcun ministro di culto diverso dal cappellano cattolico. Per quanto riguarda il lavoro dei detenuti, la media di coloro che lavorano alle dipendenze dell'amministrazione è pari al 33,4%. Un dato che però include anche quelli che lavorano per poche ore alla settimana o al mese. La percentuale dei reclusi che lavorano per ditte private o soggetti esterni è pari al 3% e ci sono regioni, come la Sicilia, "dove tutto è fermo", emerge dal dossier.

"Preoccupante", secondo Antigone, è la percentuale dei detenuti coinvolti in corsi di formazione professionale, che nelle carceri visitate è pari al 4,8%. La percentuale dei detenuti che frequentano attività educative e scolastiche si attesta al 20%. Quanto alle comunicazioni, nel 90% delle carceri visitate non è possibile effettuare colloqui via Skype con i familiari e un "limitato accesso ad Internet" è ammesso solo nel 6,7% degli istituti di pena.

Sono inoltre 17.205 i permessi premio concessi nel primo semestre del 2018: in media poco più di un permesso ogni tre detenuti. "Per troppi la pena si sconta tutta in carcere - afferma Antigone - e rapporti con l'esterno sono del tutto esigui. Tutto ciò contribuisce a innalzare i tassi di recidiva".

Un istituto sul quale, secondo Antigone si deve investire è quello della messa alla prova, mutuata dalla giustizia minorile e dal 2014 possibile anche per i maggiorenni: è stata prevista per i reati puniti con pena non superiore a quattro anni; il giudice predispone un programma che contempla lavori di pubblica utilità, attività di volontariato e di mediazione penale con la vittima del reato. Negli ultimi quindici mesi il ricorso alla messa alla prova è aumentato notevolmente, passando da 9.598 a 13.785 imputati messi alla prova. Antigone segnala una serie di esperienze, attive dal 2017, per lavori di pubblica utilità ai fini della messa alla prova con Legambiente e l'Ente Nazionale Protezione Animali, l'Unione Italiana Ciechi ed Ipovedenti, la Lega Italiana Lotta ai Tumori e con il Fondo Ambiente Italiano. "Così - commenta Antigone - si creano occasioni virtuose di impegno sociale e lavorativo".