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di Elisa Sola

La Stampa, 19 agosto 2024

Nelle Rems mancano i posti e i detenuti psichiatrici restano in cella. Un agente delle Vallette: “I manicomi sono stati ricreati nelle prigioni”. Lo dice sotto voce. Chiedendo di restare anonimo. “Hanno chiuso i manicomi, ma li abbiamo ricreati nelle carceri”. Lavora come poliziotto nel carcere Lorusso e Cutugno di Torino. Un luogo dove da inizio mese ci sono state quattro rivolte. Un posto che è stato messo a ferro e fuoco. Dove vivono reclusi 1.500 detenuti quando ce ne starebbero mille. E di questi, molti hanno problemi psichiatrici. Ci sono persone con patologie meno gravi, che vivono nelle celle normali, se così si possono definire. E ci sono detenuti con problemi psichici molti gravi. Persone ristrette nelle sezioni speciali.

A Torino, una volta, queste sezioni separate dalle altre si chiamavano “Il Sestante”. Il reparto era considerato fatiscente e disumano e per questo è stato chiuso e ricostruito. La procura di Torino, dopo le prime denunce relative alle condizioni di vita dei detenuti del Sestante, aveva aperto un’inchiesta. Ipotizzando anche presunti maltrattamenti. L’indagine, nata due anni fa, oggi è tutt’altro che chiusa. Gli inquirenti, coordinati dal procuratore aggiunto Vincenzo Pacileo, non si sono fermati ai sopralluoghi e alla raccolta delle testimonianze.

Ma hanno ordinato, alcuni giorni fa, una consulenza tecnica che punta a fare luce sull’organizzazione della gestione medica di tutti i detenuti psichiatrici. Anche se il vecchio reparto non esiste più, la procura vuole approfondire. E capire come vengano trattati questi uomini, che sono stati condannati anche per reati molto gravi. E che forse, dentro a una cella, non dovrebbero stare. Quello che dice, sottovoce, lo stesso poliziotto. “Non dovrebbero stare lì. Fanno pena anche a noi. Vederli fa impressione. Sembrano zombie. Stanno per ore attaccati alle sbarre. Annodano un lenzuolo su se stesso 70 volte di seguito. Spesso tentano di suicidarsi. Per sicurezza togliamo tutto dalle loro celle e restano nudi. Il carcere non è la struttura adatta per loro”.

E una questione complicata e dolorosa. Lo sa anche la procura, che riceve le denunce dei detenuti che affermano di non essere curati a dovere. Ma anche quelle dei medici che ogni giorno, mediamente due volte ogni 24 ore, vengono aggrediti. In questo contesto è difficile valutare. “Sul carcere hanno tutti un po’ di ragione ma il quadro complessivo non è quello che vede ogni singola persona”, premette Roberto Testi, referente della sanità penitenziaria della Asl Città di Torino. “E pieno di gente che si erge a paladino dei detenuti - afferma - parlano di privacy. Ma esiste una questione enorme, che non si può fare a meno di affrontare.

La sicurezza. Alle Vallette vivono detenuti con problemi psichiatrici gravissimi. Se non sono legati o bloccati, a volte, si uccidono. Noi come medici siamo lì dentro per curarli. Ma non siamo noi a decidere chi sta dentro e chino. La valutazione della compatibilità di queste persone con il regime del carcere non è nostra”. È vero. È la magistratura che stabilisce se un condannato debba andare in carcere. O se debba essere trasferito in una Rems o in una comunità per essere curato. E a Torino, anzi, in generale nel Nord Italia, c’è un problema enorme.

Le Rems sono piene. Così capita che dentro alle Vallette siano reclusi detenuti che, per ordine di un giudice, non dovrebbero stare lì. Hanno diritto a un posto in Rems. Ma siccome sono in lista d’attesa, aspettano in prigione. Queste persone in eterna attesa vivono nella sezione dei detenuti psichiatrici. In celle di quattro metri per quattro sorvegliate 24 ore su 24 dalle telecamere. Spesso arrivano qui uomini che hanno provato più volte a togliersi la vita. E qualcuno ogni tanto ci riesce. Altri detenuti che hanno problemi psichiatrici meno gravi, vengono invece dirottati nelle sezioni comuni. Sono curati. Ma vivono nelle altre sezioni, insieme ai detenuti “ordinari”.

Quando scoppiano le rivolte, come l’altro giorno a Bari, dove un detenuto, forse con problemi psichiatrici, ha aggredito un agente, sono i più fragili. “Un paziente psichiatrico non è mai la causa delle rivolte - precisa Testi - il problema più grosso è la droga. Poi ci sono le risse. Gli psichiatrici ci vanno sempre di mezzo, anche se alla sommossa partecipano, più o meno consapevolmente”. “Il problema è vecchio e annoso - dichiara Roberto Streva, segretario regionale del sindacato di polizia penitenziaria Uspp - i malati psichiatrici non dovrebbero stare in carcere, ma in strutture idonee, dove possano essere curati, come le Rems.

In generale nessun detenuto che soffre di una patologia dovrebbe vivere lì. A volte creano subbugli e sono violenti nei confronti dei compagni e del personale. A volte fanno male a loro stessi. L’amministrazione penitenziaria dovrebbe trovare una soluzione idonea, con le Asl, per curare i detenuti malati”.