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di Guido Boffo

Il Messaggero, 20 agosto 2024

Uno dei temi drammatici dell’estate, ma siamo sicuri che lo resterà anche nelle prossime stagioni, e nei prossimi anni, è il sovraffollamento carcerario. Tanto per rendere l’idea: al 29 luglio le carceri italiane ospitavano 61.134 detenuti, rispetto a 47.004 posti disponibili: dunque ci sono 14.130 persone che vivono in condizioni estreme, e hanno già varcato la linea sottile tra pena e penosità. È evidente che l’opinione pubblica, al di fuori dalle associazioni che se ne occupano per missione, sia emotivamente soltanto sfiorata da questa emergenza, che riguarda i paria della nostra società, i delinquenti al netto di errori giudiziari, quelli che se lo sono meritato. Ma in proposito la Costituzione italiana parla chiaro: le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato (art. 27). Nelle carceri italiane la rieducazione è un lusso e la sopravvivenza una scommessa quotidiana, anche per chi sta dall’altra parte delle inferriate, le guardie carcerarie e il personale civile degli istituti, sottoposti a un livello di stress insopportabile. Non si contano ormai le rivolte e le aggressioni. Quanto al senso di umanità, il livello di osservanza è ben illustrato dal dato drammatico dei suicidi nelle nostre strutture penitenziarie: solo quest’anno 63, il 43% in più del 2023.

L’approccio della politica - Ora la politica sta affrontando la questione con un approccio più ideologico che pragmatico: è vero che sul tavolo del Guardasigilli ci sono una serie di proposte per così dire deflattive, dalla possibilità di far scontare in comunità le condanne per reati legati alla dipendenza dalla droga al massiccio ricorso ai domiciliari nell’ultimo anno di pena. Ma qualsiasi formula svuotacarceri viene contestata da chi, all’interno della stessa maggioranza, teme un colpo di spugna e un colpo soprattutto al programma law and order sulla base del quale sono state vinte le elezioni. Per costoro, la soluzione più efficace è costruire nuovi istituti, in modo da conciliare la certezza della pena con il dettato costituzionale.

Non siamo l’unico Paese che si trovi ad affrontare questo dibattito. E sarebbe istruttivo, per i riluttanti solutori, fare un’escursione ad Alcatraz, il carcere di massima sicurezza costruito su un’isola a 2 miglia da San Francisco, circondato dalle acque fredde e dalla nebbia proterva del golfo, violato da un’evasione una sola volta in 29 anni di blindatissima attività.

Fu nel 1962 e quell’impresa ispirò un film altrettanto indimenticabile, appunto Fuga da Alcatraz: regista Don Siegel, protagonista Clint Eastwood. Alcatraz, o The Rock, adesso è una meta turistica assai gettonata, un intrico museale di celle intatte (2.7 per 1.5 metri e un’altezza di 2.1 metri, arredate con un letto, un lavandino e un water attaccato al muro) e corridoi ribattezzati con i nomi delle grandi strade americane (in primis Broadway), blocchi contraddistinti con le prime quatto lettere dell’alfabeto (da quello destinato alla segregazione dei detenuti afroamericani a The Hole, per i detenuti in isolamento), una biblioteca in cui i prigionieri meno rassegnati trascorrevano sui libri più ore della media di un lettore statunitense, la sala mensa che si affaccia su una cucina con i coltellacci a vista, le feritoie da cui nelle glaciali notti di Capodanno si poteva udire la musica a festa dei veglioni di San Francisco. Alcatraz servì la sua funzione dall’11 agosto 1934 al 21 marzo 1963, ventinove anni durante i quali rimase un luogo raggelante ma non sovraffollato. In quelle celle, d’altra parte, era fisicamente impossibile che potesse essere ospitato più di un detenuto. Fu chiuso per una ragione di costi, divenuti insostenibili, dopo aver accolto oltre 1500 uomini.

La lezione di Alcatraz - Dalla fine di quell’istituto simbolo, ma non del suo mito, la popolazione carceraria degli Stati Uniti si è progressivamente moltiplicata, passando dalle 300 mila unità degli Anni Settanta ai 2,1 milioni nel 2020. E questo perché sono cambiate le politiche repressive, non perché siano diminuite le carceri, tant’è vero che gli Stati Uniti vantano il più alto tasso al mondo di imprigionamenti, un fenomeno ormai di massa (soprattutto afroamericana). La droga, e i reati ad essa legati, sono stati il massimo propellente di questa tendenza, a partire dalle campagne di Nixon e Reagan. Con costi sociali non irrilevanti, pari a un rapporto di 10 dollari per ogni dollaro speso in un istituto correzionale. Più di 10 milioni di bambini americani hanno un genitore dietro le sbarre. Due famiglie su tre con un membro in carcere non riescono a soddisfare i bisogni essenziali (cibo, affitti, cure mediche). In media le prigioni americane costano al contribuente 2000 dollari all’anno. L’educazione di uno studente alle elementari costa 10mila dollari in media all’anno, mantenere un carcerato 32 mila dollari.

I reati ovviamente vanno perseguiti, i delinquenti messi dietro le sbarre. Ma la lezione di Alcatraz, e soprattutto di quello che è successo dopo la chiusura di Alcatraz, è che ci sono alcune riforme che possono ridurre l’inflazione dei comportamenti penalmente rilevanti, in alcuni casi prevenirli, in altri creare percorsi alternativi alle patrie galere. Sono illustrati in una sala espositiva all’uscita di The Rock: investire nell’educazione, puntare sulle strutture di salute mentale, combattere i pregiudizi razziali da parte delle forze di polizia, cercare un’alternativa agli arresti e alle espulsioni a scuola, attingere alla giustizia ristorativa, destinare a comunità ad hoc i detenuti con dipendenza da droghe, formare al lavoro chi sta rinchiuso in cella. Gli Stati Uniti non sono l’Italia, ma alcune di queste ricette stanno producendo risultati ad esempio in Germania, Portogallo, Svezia e Norvegia, per restare ai vicini europei. Alcatraz qualche idea utile può darcela, non sembri un paradosso. Come sosteneva Mandela, forte della sua ventisettennale esperienza a Robben Island: “Si dice che nessuno veramente conosca una nazione fin quando non è stato nelle sue carceri. Una nazione non dovrebbe essere giudicata da come tratta i suoi migliori cittadini, ma i suoi peggiori”.