di Viola Giannoli
La Repubblica, 29 luglio 2024
C’era la data del 2032 sul fine pena. In carcere per somma di condanne ha resistito molto meno: a 27 anni si è impiccato sabato sera nella sua cella della Casa Circondariale di Prato. È morto poco dopo, in ospedale. Il suicidio numero 57 dall’inizio dell’anno secondo i dati del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria che non tengono conto di chi, ad esempio, si lascia morire di fame. Il numero 60 per la Uilpa, uno dei sindacati di polizia penitenziaria, che conta anche quasi 1150 tentativi di suicidio. A Prato è il secondo detenuto che si toglie la vita da gennaio: esattamente cinque mesi prima s’era ammazzato un ragazzo marocchino, disoccupato come la metà di quelli che si uccidono in carcere.
Si dice che lì, alla Dogaia, siano fortunati perché il sovraffollamento è solo del 100,17% contro la media nazionale del 130,11%. Venerdì sera, però, c’è stata una rivolta: venti detenuti della prima sezione hanno divelto le luci al neon lasciando al buio il reparto e tirato su le barricate con brande di ferro, asserragliati fuori cella fino alle 2 di notte quando, dopo una lunga mediazione, li hanno convinti a rientrare.
L’ennesima protesta collettiva per il caldo o il sovraffollamento, i suicidi, i decessi per malore, l’acqua che manca, la rabbia che contagia uno dopo l’altro questi pozzi neri nell’attesa di una metamorfosi, un indulto, un’amnistia.
Erano state 87 le rivolte contate dal Dap fino al 22 luglio, già molte più dello scorso anno, ma solo nell’ultima settimana sono montati i pesantissimi disordini nella casa circondariale di Velletri, le proteste nelle carceri di Terni e di Biella, l’occupazione degli asfissianti passeggi nella prigione capitolina di Regina Coeli, l’arrampicata dei detenuti sui tetti a Caltagirone, l’autogestione del penitenziario di Rieti con 400 detenuti fermi giorno e notte nei corridoi anziché in cella, la distruzione a colpi di spranghe di un reparto a Venezia Santa Maria Maggiore, il rogo a Vibo Valentia. Fino alla rivolta di Prato, 24 ore prima dell’ultimo morto impiccato.
“Una carneficina mai vista prima”, dice Gennarino De Fazio della Uilpa. “Una strage infinita, una vergogna generale” per il garante toscano dei detenuti Giuseppe Fanfani. “Il dramma di questo ragazzo è il dramma di tutti i reclusi - aggiunge -. Perché nelle carceri manca di tutto: manca il rispetto della Costituzione secondo la quale la pena deve rispondere a criteri di umanità e tendere alla rieducazione. E manca la speranza. Tanto che il suicidio diventa la fine inevitabile di situazioni drammatiche ancora inascoltate”









