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di Stefano Fabbri

Corriere Fiorentino, 29 dicembre 2024

La discussione pubblica sul carcere, innescata dall’apertura della Porta Santa a Rebibbia da parte di Papa Francesco e dall’impietoso rapporto di Antigone centrato soprattutto sul sovraffollamento, rischia di prendere la brutta scorciatoia edilizia, come se tutto si potesse risolvere con la costruzione di nuovi istituti di pena. Insomma, mettiamoci qualche ballino di cemento sopra e non parliamone più. Peccato che, ammesso serva, per realizzare nuove carceri non basterebbe un decennio. E l’urgenza di una giustizia che non sia vendetta non può aspettare oltre. La pena, che come prevede la Costituzione è finalizzata al reinserimento, si esplicita attraverso la perdita della libertà.

Non c’è alcuna sanzione accessoria prevista che contempli il tentare di sopravvivere in ambienti fatiscenti e umidi, di soffrire il freddo glaciale o il caldo insopportabile, di convivere con uno zoo di parassiti. E sarebbe dunque meglio che quel cemento fosse intanto impiegato per rendere gli istituti di reclusione un po’ più vivibili, per chi vi è costretto e per chi vi lavora. Ma anche questo non può bastare, senza una politica della giustizia che cominci a far funzionare alcuni preziosi strumenti che già esistono, a cominciare dalle misure alternative alla detenzione, giacché nella nostra Carta non ricorre mai il termine “carcere”. I lungimiranti padri (e madri) costituenti immaginarono forse che la saggezza dei legislatori avrebbe fatto venire loro in mente non solo sbarre, celle e muri di cinta.

Un ottimismo tradito, tranne che per qualche tentativo. In Toscana, dove nel capoluogo sorge il carcere di Sollicciano considerato tra i più disgraziati del Paese, ci sono più di 8 mila persone in esecuzione penale esterna, cioè che scontano la condanna fuori dal carcere con prescrizioni comunque restrittive della loro libertà. Una cifra più che doppia rispetto ai circa 3.300 detenuti in carcere. Apparentemente potrebbe essere un raffronto incoraggiante, ma all’aumentare del numero dei primi non diminuisce - anzi cresce - pure quello dei reclusi, complice l’introduzione di nuovi reati o l’inasprimento delle pene previste. Strumenti, questi ultimi, ritenuti dalla politica più popolari e forieri di consenso. Una cosa, tuttavia, accomuna condannati “fuori” e reclusi: l’estrema difficoltà di pensare al proprio futuro di reinserimento e la facilità di ricadere nella recidiva e quindi nel ritorno in cella o nella marginalità.

olo con un’intensa attività di formazione e di processi di inserimento lavorativo, che oggi coinvolge solo una minuscola percentuale di essi, si può pensare di arginare questo pericolo. Che non riguarda solo loro, ma l’intero tessuto sociale, a cominciare dalla stessa sicurezza che tanto sembra stare a cuore a tutti. La misura di questa vertigine, della paura di un dopo senza speranza, la può dare un terribile indicatore. Anche in questo anno-record per i suicidi di detenuti in carcere, molti dei reclusi che hanno compiuto tale gesto non erano persone appena entrate in cella, ma quelle che ne sarebbero uscite presto per fine-pena. Inutile quindi pensare che le soluzioni siano solo quelle del calcestruzzo. O, peggio, dello struzzo.