di Fiammetta Modena*
Il Dubbio, 6 luglio 2021
La situazione delle nostre carceri, le tensioni che quotidianamente si vivono all'interno, le violenze oggi all'attenzione mediatica, sono figlie di un "pendolo" che oscilla sull'onda delle emozioni, non sorrette da una consapevolezza razionale e dalla conoscenza quotidiana della vita negli istituti di pena.
Seguiamolo questo pendolo: punta, all'inizio della legislatura, verso la "certezza della pena". Traduce la percezione diffusa nella collettività che i delinquenti, in un modo o in un altro, con permessi o sotterfugi, riuscirebbero a scontare pochi anni e comunque ad uscire dal carcere magari per delinquere di nuovo.
Diventa un mantra collettivo e alcune forze politiche ne fanno una bandiera a cui si aggiunge anche la ferma volontà di vedere "in galera" i colletti bianchi, quelli che pagano gli avvocati che permettono loro di scontare neanche un giorno di carcere. In questo clima il "pendolo" difende solo a parole l'operato della polizia penitenziaria che di fatto, nonostante tante visite nelle carceri, raccoglie solidarietà verbale ma sicuramente non fattuale. I dati del sovraffollamento degli istituti di pena parlano da soli... La certezza della pena diventa quindi solo uno slogan, che suona bene all'orecchio del cittadino comune e in realtà non risolve e non affronta nessun problema Le carceri, poi, diventano uno terreno di scontro di natura politica e il "pendolo" si sposta sulle polemiche per le scarcerazioni ai mafiosi in barba naturalmente a tutto quello che potevano essere le valutazioni relative allo stato di condizione di salute delle singole persone.
Il "pendolo" oscilla ancora quando ci sono le rivolte nelle carceri: nessuno si pone il problema delle condizioni dei carcerati ma si preferisce anche in quel caso utilizzare una narrazione più facile, legata semplicemente a rivolte orchestrate dall'esterno. Vengono così messe nel cassetto dalle maggioranze del Conte 1 e del Conte 2 tutte le norme che riguardavano il lavoro dei detenuti, la loro scolarizzazione, in un in una parola quello che è veramente la rieducazione. Il "pendolo", infine, oscilla di nuovo e punta sulle telecamere rimaste accese: ci si accorge che all'interno del mondo complesso e difficile dei detenuti e delle forze di polizia può succedere di tutto.
C'è molta ipocrisia in chi oggi urla allo scandalo o peggio ancora cavalca l'onda mediatica: l'ipocrisia di chi ha perso la memoria di tutto quello che è accaduto grazie al mantra "della certezza della pena". Sbandierare la certezza della pena in realtà non ha garantito nulla ai cittadini comuni, non li hai rassicurati, ha solamente ignorato il problema utilizzando delle parole gradite ai social e al sentimento emozionale. Ci voleva il ministro Cartabia a ricordarci i principi fondamentali della nostra Carta costituzionale che ci distinguono nella sostanza da tutto quello che è sopruso e violento.
Si può dare un contributo razionale? Riteniamo di sì. Da un lato esistono le relazioni che annualmente il Garante delle persone private della libertà personale presenta al parlamento, hanno dei numeri che si commentano da soli.
Dall'altro il faro va puntato su altri attori nelle carceri, attori fondamentali ed importanti per il percorso rieducativo dei detenuti. Sono i funzionari giuridici pedagogici. Sono le persone che ascoltano i detenuti, che fanno le relazioni, sono le persone che seguono il percorso di riabilitazione. Costituiscono il collegamento tra detenuto e realtà, un ausilio importantissimo per capire effettivamente che cosa avviene e come si può migliorare. I funzionari giuridici pedagogici hanno chiesto dei riconoscimenti di inquadramento, che incontrano difficoltà dal punto di vista dei costi. Ciò non toglie che la loro funzione e la loro attività deve essere considerata al centro della vita del carcere. Come la polizia penitenziaria, anche loro fanno un lavoro difficile e sono soprattutto gli occhi del giudice all'interno degli istituti detentivi.
Forse molti neanche sanno esattamente chi siano queste figure. Sono conosciuti dagli addetti ai lavori, non dal grande pubblico. Siamo certi che il ministro, reduce dalle visite nelle carceri in qualità di Giudice Costituzionale, saprà cogliere l'importanza dei Funzionari giuridici pedagogici e valorizzarli. È tempo di mettere da parte le parole, gli slogan e anche le ipocrisie per capire quali sono invece gli strumenti che abbiamo e sui quali possiamo far leva per il rispetto effettivo dei principi della nostra Costituzione.











