di Sabrina Magnani
Rocca, 18 febbraio 2026
Una media di sovraffollamento che ondeggia dal 130 al 200% a seconda degli istituti di pena, un numero di detenuti che a fine 2025 oltrepassava i 62 mila contro i 45 mila previsti come capienza massima, una percentuale di recidiva che oscilla dal 70 al 90% a seconda delle regioni, un tasso di suicidi che nel 2025 ha toccato la cifra record di 80 (il più alto degli ultimi anni) e che già nel solo mese di gennaio ha registrato otto casi: questa è la drammatica situazione in cui si trovano le carceri italiane che solo sporadicamente cadono sotto l’attenzione dell’opinione pubblica e della politica che dovrebbe prendersene carico.
Al contrario, l’attuale Governo con il proliferare del numero dei reati in nome di una velleitaria pretesa di maggiore sicurezza, non fa che alimentare la popolazione carceraria senza sostenere, con risorse economiche e di personale adeguate, la loro finalità primaria, quella del reintegro sociale, e senza tentare di migliorare le condizioni di vita dei detenuti e anche di chi in carcere lavora e opera, anzi, cronicizzando una situazione già più volte sanzionata anche a livello europeo. Quale sia la genesi di questa situazione e le problematiche tuttora esistenti lo abbiamo chiesto a Nicola D’Amore, sovrintendente capo di polizia penitenziaria.
Lei lavora da venti anni nell’amministrazione penitenziaria con esperienze in varie carceri italiane. Come si è arrivati alla situazione odierna nonostante la tradizione italiana connessa all’idea di recupero sociale?
La legge penitenziaria del 1975 nasce da una visione politica non paragonabile a quella odierna, si inserisce nel decennio delle grandi riforme sociali in cui la politica recepiva le istanze della società. La delinquenza politica di quegli anni di forti scontri ideologici fece sì che le condizioni di vita nelle carceri migliorassero. La politica ha preso in carico il miglioramento della vita nelle carceri sostituendo l’ordinamento fascista con finalità punitive, con una riforma che divenne un modello per tutta Europa e che rispondeva alla logica del recupero del carcerato, della sua riabilitazione in ambito sociale. Nel 1981 ci fu la smilitarizzazione della polizia penitenziaria e nel 1986 della legge Gozzini anch’essa partita da quella stessa logica e finalità rieducativa e reintegrativa e si introdussero e rafforzarono misure alternative alla detenzione per i reati minori e misure atte all’integrazione e al recupero all’esterno del carcere.
Negli anni 90 ci fu la riforma della polizia penitenziaria e con l’epoca stragista si instaurò nelle carceri un’organizzazione diversa, con circuiti penitenziari diversificati, con una suddivisione per evitare che delinquenti comuni stessero insieme a quelli mafiosi, grazie alle disposizioni dell’allora direttore del Dap (Direzione amministrativa penitenziaria) Nicola Amato, già magistrato e giurista. Queste riforme furono realizzate da persone che avevano competenze, cosa che a mio parere oggi manca.
E cosa è accaduto dopo questa stagioni di riforme, dagli anni 90 in poi?
Dagli anni 90 in poi il carcere è stato un susseguirsi di situazioni emergenziali. Ogni volta si è intervenuto con leggi che hanno messo una toppa ma non hanno mai risolto il problema. Questo non è un problema imputabile solo al legislatore ma è in primis culturale, perché sul carcere c’è bisogno di fare investimento sociale che si sarebbe potuto fare ma non si è fatto. L’ultima grande occasione persa è stata con il Covid, quando per necessità furono introdotte misure come i colloqui con la videochiamata. Tuttavia, passata l’emergenza epidemica, non si è continuato in quella strada. Furono introdotte piattaforme digitali per consentire colloqui on line con i familiari dei detenuti, si sarebbe dovuto continuare su questa strada in maniera pragmatica, sarebbe stata un’occasione per cambiare, per capire che la società è cambiata e bisognava muoversi anche con queste nuove modalità, ma è stata un’occasione persa perché tutto quello che è succeduto dopo è stato eliminato. E oggi viviamo una situazione drammatica in tutte le carceri d’Italia, con un sovraffollamento ovunque. Il carcere è diventato uno strumento di cui la società si è dotata per spostare i problemi dalla società a un luogo separato.
I problemi del carcere oggi sono gli stessi su tutto il territorio nazionale o mostrano delle differenziazioni?
I problemi sociali sono differenti da città a città. Io lavoro da alcuni anni al carcere Dozza di Bologna, dove a fronte di una capacità di 500 persone ce ne sono poco meno di 900. A Bologna la detenzione è legata a processi migratori con progetti troppo deboli, con ragazzi giovani di provenienza per lo più nordafricana, che arrivano già con organizzazioni che li cooptano con false promesse di lavoro, e che vengono o dal territorio o da altre carceri. La cosa che colpisce è che sono già strutturati per stare in carcere, cioè quell’atteggiamento scioccante che era l’entrata in carcere ora non si assiste più. Anzi, il passaggio una volta maggiorenne al carcere degli adulti viene visto come un progredire, una sorta di superamento di un rito di iniziazione, nella “scala sociale” all’interno del carcere.
Queste situazioni si creano per mancanza di risposte dal territorio come l’assistenza sanitaria e l’istruzione, per cui il passaggio alla delinquenza per garantire la sopravvivenza è un passaggio inevitabile.
Mi meraviglia che una città come Bologna che è sempre stata attenta e ha investito nel sociale ora non riesca a contenere questi fenomeni…
In questi anni c’è una difficoltà evidente, il vero problema sta nei servizi, nell’offerta dei servizi ormai saturi per queste persone. Voglio precisare che è così in quasi tutte le città del Nord Italia, non è solo un problema di Bologna. Al sud Italia ci sono altre emergenze sociali, come la piccola criminalità che poi diviene criminalità organizzata con radici storiche ben definite. In entrambi i contesti il carcere si connota per costi notevoli sia economici che sociali perché non restituisce alla società persone diverse. Ne deriva una percentuale di recidiva altissima, per cui 7 persone su 10 tornano in carcere, al sud in molti casi sono 9 su 10. Se dovessimo giudicare il carcere da questo punto di vista dovremmo decretarne il totale fallimento.
E che ne resta delle riforme sociali degli anni 80 come la Gozzini e le riforme successive che puntavano al recupero e all’inclusione sociale?
Quelle visioni sono scomparse, ci vorrebbe ora un investimento che oggi manca, perché associare una persona al carcere per un reato minore non ha senso, ha un costo sociale notevole ma anche in termini di diritti. Se uno viene arrestato perché ha fatto un furto al supermercato viene associato al fatto che non ha un tetto sotto cui andare e per questo quel reato si trasforma in incarcerazione tutto il tempo fino alla sentenza definitiva, diversamente sarebbe per un italiano che ha una rete familiare nel territorio. Quindi in mancanza di tali requisiti il territorio diventa una componente fondamentale per evitare carcerazioni inutili e aggravanti sulla situazione generale. Il carcere quindi peggiora quando il territorio non contribuisce a risolvere elementi che ne facilitano l’applicazione. Oggi in carcere vediamo un elevato numero di ragazzi, all’interno poi la situazione si aggrava, si pensa che il carcere sia un luogo impermeabile in realtà in carcere ci sono le stesse dinamiche delinquenziali che ci sono sul territorio, e il carcere diviene la riproposizione dell’esterno, in carcere si vende droga, si assumono farmaci che danno dipendenza, si consuma alcol.
Ma come è possibile una situazione del genere? Non ci sono adeguati controlli?
La “roba” arriva in diversi modi, la più in voga ora è con i droni, o con semplici lanci, in altre carceri anche con corruzione del personale medico e paramedico, qualche volta anche di polizia penitenziaria, in alcuni casi anche di qualche sacerdote. C’è un’economia sommersa. In carcere non ci sono soldi ma c’è il baratto o vengono effettuati bonifici dai familiari stessi, è un’economia criminale che fa affari. Il costo di tutto ciò che è illegale nelle carceri è quadruplicato. Se fuori un grammo di Hashish costa 15 euro dentro costa 80 euro, un telefonino che costa 400 euro in carcere costa 2.000 euro. Circa i controlli, è una situazione complessa perché parliamo di quantitativi piccoli che possono sfuggire, il personale poi è sempre sotto stress perché le carceri sono concepite per avere circa 45 mila persone invece siamo a 63 mila. In questo periodo poi c’è stata una specifica difficoltà legata al cambio generazionale dei poliziotti penitenziari, dovuto al nuovo bando di assunzione di qualche anno fa; questi ragazzi escono dalle scuole con una formazione “express” di soli 4 mesi di fronte a problemi sociali complessi, e si trovano in situazioni spesso anche rischiose, o umanamente che ti toccano, e si registra negli ultimi tempi un elevato numero di personale che chiede le dimissioni. E ciò accade perché il carcere non riesce a dare le risposte che dovrebbe dare, quelle costituzionali, sul diritto alla salute, alla formazione: pensiamo solo agli educatori che in tutta Italia sono appena 2.000.
Anche le misure alternative, quelle previste dalla Gozzini, si possono attuare ma solo se ci sono i presupposti, per esempio avere banalmente un tetto sotto cui dormire per poter fare un lavoro esterno. Se manca questo è molto difficile applicarle. Non è il carcere che deve dare lavoro, è il territorio che dovrebbe farlo. Un altro aspetto è quello delle dipendenze. Si porta avanti la politica della riduzione del danno, non c’è un’azione terapeutica di recupero. Le carceri sono pure passate dalla competenza nazionale a quella regionale, per cui c’è l’assistenza sanitaria regionale ma con le carenze che si riscontrano anche fuori dal carcere come la scarsità di psicologi.
Questa situazione è alla base anche dell’alto numero di suicidi?
Certo, ci sono problemi di sicurezza, per esempio non essendoci la possibilità di usare cose elettriche per vivande che non siano quelle che passa la direzione si usano fornellini a gas che sono pericolosi. Sono fornelletti da campeggio. Poi c’è questa nuova pratica che è lo sniffing. Chi non ha la possibilità di acquistare droga all’interno del carcere fanno uso di questa modalità per stordirsi importata dai carcerati di origine sudamericana è una pratica che ha sostituito quella con la colla. E spesso molti muoiono, inalano gas e si coprono il volto per stordirsi, ma cosi rischiano la morte. Il carcere oggi è un vero e proprio buco nero abitato da persone povere e con tanti problemi sociali e non è in grado di garantire servizi adeguati a tali necessità. Questo fa sì che anche nel carcere si riproduca la stessa stratificazione sociale che si trova all’esterno. A Bologna, così come in molte città del nord, avviene una stratificazione tra detenuti a seconda della provenienza geografica ed appartenenza etnica, con albanesi e persone dell’est da una parte, italiani da un’altra, nordafricani da un’altra. E chi ha potere d’acquisto, perché ha più risorse sue interne o esterne, ha pure più potere criminale. E tale potere va a coprire il vuoto lasciato dalla mancanza di alternative e di servizi sociali adeguati, per cui si ripropone ciò che accade fuori, quindi se non hai risorse tue io ti offro di lavorare per me spacciando droga, per esempio, all’interno del carcere. Al sud si traduce nella riproposizione del potere della criminalità organizzata che c’è all’esterno, di conseguenza membri che sono in carcere offrono lavoro per loro e per le cosche di cui fanno parte a chi è più povero e debole. Per questo si spiega l’alto tasso di recidiva e il fatto che dal quel circuito non se ne esce più.
In molte carceri come a Bologna c’è un valido volontariato, che ruolo ha?
Le misure alternative non sono sufficienti, sono troppo poche per mancanza di risorse, economiche e di personale, nonché ciò prima accennato e cioè la mancanza di prerequisiti perché si possano applicare come la mancanza del lavoro, di un tetto sulla testa. Il volontariato fa una grossa parte, fa un grande lavoro ma siamo di fronte a numeri di detenuti troppo alti. Un’istituzione carceraria completamente staccata dal territorio fa sì che poi si generino questo tipo di condotte. Non si può pensare al carcere come un luogo della città completamente isolato. Tutto ciò che avviene in esso è legato anche alla geopolitica. Per cui ad esempio pure le migrazioni sono un problema come la situazione dei minori non accompagnati che se non hanno risposte dal territorio e istituzionali fin dal loro arrivo poi finiscono per adottare comportamenti criminali e riversarsi nel carcere. Ora si parla del metal detector nelle scuole. Se al posto della parola scuola mettiamo quella di carcere è la stessa cosa: una misura visibile, rapida e rassicurante per l’opinione pubblica. Quando succede qualcosa in carcere i parlamentari, anche quelli di sinistra, chiedono più polizia penitenziaria che certamente non risolve il problema. Il problema non è vietare qualcosa ma è quello dell’educazione in cui investire.
E la politica? Mi pare che le risposte securitarie di questo Governo non facciano che peggiorare la situazione…
La politica, specie quella di destra, utilizza l’uso muscolare di questi strumenti, ma anche la sinistra mi pare non colga bene la questione. A sinistra spesso si chiede un aumento della polizia penitenziaria, ma il carcere non è prerogativa solo della polizia ma anche di tante figure che mancano come gli educatori, psicologi, operatori sanitari. L’assessore ai servizi sociali di Bologna, Matilde Madrid parla a riguardo di “sicurezza integrata”, mi pare l’approccio più adeguato.
Un’ultima domanda: esistono ancora le sezioni aperte introdotte circa dieci anni fa e sostenute a livello europeo?
Riguardo le sezioni aperte c’è stata una evoluzione nei nomi ma non nei fatti. I detenuti vanno in cella solo per dormire ma poi il carcere aperto non è stato riempito di contenuti trattamentali come offerte di istruzione e di attività formative, ha continuato a rimanere carcere con le stesse problematiche, non è servito nulla. Un ex detenuto che si è laureato molto bravo e che si sta specializzando in criminologia pochi giorni fa mi ha contattato e mi ha detto di aver concordato la tesi magistrale in criminologia: il ruolo della polizia penitenziaria in ambito educativo in supplenza degli operatori psicopedagogici. Si capisce bene che una situazione del genere non può rispondere alle necessità che ci sono. Anche l’indulto e l’amnistia non sono misure realizzabili perché da una parte nemmeno la sinistra di fatto le vuole, e poi perché non risolvono il problema delle recidive: l’unico strumento oggi su cui pragmaticamente puntare è la “liberazione anticipata speciale”, la possibilità cioè di vedersi ridotta la pena fino a 4 mesi in un anno a seguito di un buon comportamento. Altro per il momento non abbiamo.










