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di Giovanni D’Angelo*

La Sicilia, 12 settembre 2026

Per i cinefili di vecchia generazione il cinema ha anche una funzione pedagogica ma nelle sale di proiezione circolano sempre meno film d’impegno civile, quelli, per intenderci, che nel secondo Novecento ebbero come capofila Francesco Rosi, in Italia, Ken Loach, nel Regno Unito, Sidney Lumet, negli Usa, per indicare tre dei registi più autorevoli. “Ariaferma”, un film italiano del 2021 - in era covid - è un’eccezione a una tendenza in questi ultimi anni prevalente ed è una mirabile metafora del mondo carcerario. L’opera, del regista Leonardo Di Costanzo, descrive infatti un carcere in rovina e in via di dismissione in cui il trasferimento degli ultimi dodici detenuti (nomen omen) rinviato per un disguido burocratico crea le condizioni per la condivisione, per un tempo sospeso e indefinito, dello stesso destino di sopravvivenza tra carcerieri e carcerati.

Una prospettiva, questa, da cui è utile partire accennando alle gravi criticità delle carceri italiane, a cominciare dalla “madre” di tutte: il sovraffollamento carcerario. Non più una condizione emergenziale ma strutturale a rischio di assuefazione. E imbarazza, quasi, indicare dati statistici numerici a prova di questo dissesto umanitario perché i numeri celano esseri umani la cui dignità è degradata e il cui disagio è trascurato. Ebbene, al 28 luglio 2026 sono 64.741 le persone detenute a fronte di 46.343 posti disponibili, con un tasso di affollamento reale del 139,7%. Queste condizioni critiche sono aggravate nel periodo estivo dal caldo estremo ormai costante e, per oltre il 60% della popolazione carceraria, dal regime di detenzione a “custodia chiusa”, cioè con la maggior parte delle giornate trascorse in celle sovraffollate.

Questo sovraffollamento carcerario crea gravi disagi alle migliaia di appartenenti alla Polizia Penitenziaria che hanno il compito di garantire sicurezza, ordine e legalità nelle carceri e lo svolgono in condizioni di crescente difficoltà e concreta pericolosità. Ed il fatto che, come denunciano le associazioni di categoria, le scoperture degli organici del personale oscillano tra il 10 e il 20 per cento, è un ulteriore fattore di sofferenza. Così come il numero carente degli educatori, uno per 70/80 detenuti, che non garantisce proficui percorsi trattamentali e non agevola l’efficace iter della funzione rieducativa della pena.

Conseguenze di questa condizione di degrado: pregiudizi gravi alla salute mentale dei detenuti, crescente numero di atti di autolesionismo e, piaga insopportabile, alto numero dei suicidi in carcere. Il 2024 è stato l’anno in cui se ne è registrato il picco: 84, secondo l’amministrazione penitenziaria, oltre 90, secondo altre fonti private. Il lieve regresso statistico seguito nel 2025, 78 suicidi, e nei primi sette mesi del 2026, 38, nulla toglie all’inquietante gravità della patologia, indice del mancato rispetto della dignità e dei diritti di ogni persona, come in più occasioni ha avuto modo di segnalare il Presidente Mattarella.

Non è perciò purtroppo casuale, in un così degradato contesto e nonostante l’impegno del personale penitenziario, che anche il rispetto della sicurezza e della legalità nelle carceri riveli carenze, in ispecie in territori ad alto tasso di criminalità, a cominciare da quella mafiosa. Si spiegano perciò le recenti dichiarazioni del Procuratore della Repubblica di Palermo De Lucia che ha segnalato, oltre a quelle a cui si è prima fatto cenno con queste note, anche le carenze di un sistema penitenziario marchiato dall’influenza crescente del crimine organizzato e mafioso e ha affermato, ovviamente riferendosi alle condizioni di istituti penitenziari di cui ha personale cognizione, che “le carceri non sono più sotto il controllo dello Stato”. Il Procuratore, che ha fatto queste dichiarazioni nel corso di un convegno, subito dopo, in sede di audizione dinanzi alla Commissione Antimafia, ha chiarito, indicando a sostegno dati di fatto inconfutabili, il senso reale della presa di posizione: sollecitare ad un più incisivo controllo dei mafiosi detenuti non soggetti al regime di cui all’art. 41 bis, che trovano il modo per inviare all’esterno messaggi e ordini criminali, e non attaccare la Polizia Penitenziaria.

Si è perciò subito chiuso lo scontro polemico tra il Procuratore De Lucia e il Ministro di giustizia Nordio che aveva ritenuto “di una gravità inaudita che un Procuratore offendesse l’intero corpo della Polizia Penitenziaria, che svolge il proprio dovere con il rischio della vita”. Dichiarazioni, queste, da cui ha subito preso le distanze un esponente del Sindacato di Polizia Penitenziaria che ha dichiarato che “le offese alla Polizia Penitenziaria vengono da tutt’altra parte”. E aggiunto: “È stato più efficace il Procuratore di Palermo con la dichiarazione che di fatto è di vicinanza alle nostre denunce di sempre che non il Ministro dall’inizio del suo mandato e che continua a promettere e a presentare programmi di carta”.

Più che su sterili polemiche l’attenzione va però rivolta all’urgenza di colmare le carenze di un sistema, quello carcerario, su cui Governo e Ministro di giustizia dovrebbero intervenire con forte determinazione. Tra le priorità da perseguire si possono segnalare, anzitutto, il rafforzamento degli organici della Polizia Penitenziaria, con assunzioni straordinarie e procedure concorsuali accelerate, e l’incremento del personale educativo, sanitario e trattamentale. L’ampliamento di misure alternative alla carcerazione, ad esempio ampliando l’operatività della detenzione domiciliare in favore di persone non socialmente pericolose.

Ma soprattutto realizzare un robusto piano di edilizia penitenziaria e “sfollare” le carceri di 10.000 detenuti tossicodipendenti da affidare ad accreditate comunità di assistenza. Ma in concreto e in prospettiva gli esiti effettivi dei piani governativi predisposti nei due settori non lasciano ben sperare. Ed infatti il piano di edilizia penitenziaria, “partito” nel 2025, avrebbe dovuto dotare di 10.000 nuovi posti per detenuti entro la fine del 2027 ma dopo un anno e sette mesi la “capienza” è scesa, di 400 unità. Quanto all’effettività della destinazione “esterna” dei detenuti tossicodipendenti, al netto di tante altre difficoltà tra cui la mancanza di disponibilità di posti nelle comunità, va rilevato che la copertura finanziaria annuale è limitata dalla legge a 600 persone. Dati, questi, non confortanti su cui riflettere e, soprattutto, intervenire. L’attenzione va rivolta all’urgenza di colmare le carenze di un sistema su cui Governo e ministro di Giustizia dovrebbero intervenire rafforzando organici con assunzioni straordinarie e procedure concorsuali accelerate

*Già procuratore generale a Messina e membro del Consiglio Superiore della Magistratura