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di Erica Tossani e don Paolo Selmi

scarpdetenis.it, 9 settembre 2026

Le prigioni d’Italia sono invivibili: drammatica e desolante questione umanitaria. Ma non può prevalere lo scoraggiamento. Il grado di civiltà di una comunità si misura da come affronta l’errore. E l’inviolabile dignità di chi lo ha commesso. Tutto chiuso. E dunque tutto sempre più claustrofobico per chi ci vive, carico di tensioni per chi ci lavora, addirittura controproducente per chi, stando “fuori”, si illude che sbattere “dentro” garantisca sicurezza e legalità. Le carceri italiane costituiscono un universo sempre più sovraffollato, rigido, autoreferenziale. In una parola, inumano. Lo documenta il Rapporto Antigone 2026, che l’Osservatorio carcere e territorio della Città di Milano ha presentato a inizio luglio nella sede di Caritas Ambrosiana. L’ha confermato, in quella occasione, persino un magistrato, Marcello Bortolato, presidente del Tribunale di sorveglianza di Milano: dovremmo discutere sulla funzione rieducativa della pena, sancita dall’articolo 27 della Costituzione, e invece ci troviamo ad affrontare una desolante questione umanitaria.

I picchi di calore di questa estate asfissiante non fanno altro che esasperare uno scenario di per sé drammatico: nelle celle si vive accalcati (il tasso di sovraffollamento è quasi del 140% a livello nazionale, del 145% in Lombardia), dalle celle si esce poco durante la giornata (a causa delle misure regolamentari introdotte dall’attuale governo), nelle celle sono rinchiuse sempre più spesso persone malate, con problemi psichiatrici, deficit cognitivi, storie di dipendenza, povere anche di legami sociali esterni. Al contempo, negli istituti fatica sempre più a entrare la società civile, con le sue proposte di relazione, educazione e umanizzazione. Non dovrebbe stupire che nel 2024 nelle carceri italiane si siano suicidate 81 persone e nel 2025 ve ne siano morte (tra suicidi e altre cause) 254.

Rieducazione, non punizione - Si potrebbero percorrere nutriti elenchi di altre cifre, a testimonianza del groviglio di mali che soffoca l’universo carcerario italiano. Per attestare quanto grave sia la situazione, basti la notizia, ai limiti dell’incredibile, che a giugno una parte del penitenziario fiorentino di Sollicciano è stata posta sotto sequestro dalla magistratura. È la prima volta che accade in Italia. E se altre procure applicassero analoghi criteri di indagine, non sarebbe l’ultima. Dobbiamo allora arrenderci allo scoraggiamento? Non ce lo possiamo permettere. Il nostro modo di trattare temi ed esperienze cruciali (l’errore, il rispetto della legge, il perdono, il riconoscimento della vittima e del suo soffrire, nonché la dignità del reo in quanto essere umano) è infatti la prova del nove di una comunità davvero degna di questo nome.

Dobbiamo batterci per reclamare carceri più vivibili. Ma dobbiamo altresì risvegliare una coscienza politica conforme al mandato costituzionale: rieducazione e risocializzazione, non punizione fine a se stessa, tanto meno vendetta. Il lavoro culturale è immenso, ma non impossibile. Sul carcere e sui suoi mali, urge un pensiero calmo e collettivo che diventi progetto per il bene di tutti. Occorrono parole sapienti e informate che non temano di farsi denuncia, pur vedendo il bene che viene realizzato (un esempio? Il servizio di copertina dell’ultimo numero di Scarp).

Bisogna spingere perché il carcere non produca umiliazione e, di conseguenza, nuova illegalità, altra ingiustizia, ulteriore criminalità (è notorio che i tassi di recidiva sono più alti, nei sistemi meno inclini a pene alternative e misure rieducative). Bisogna operare perché la detenzione duri lo stretto necessario per consentire a chi ha infranto la legge di scontare la propria pena, percorrendo una strada di riscatto dentro la società. Sembrano slogan da anime belle. Ma sono la sostanza di una società che, rispettando l’incomprimibile dignità di chi ha sbagliato, rispetta e rafforza se stessa. E persino la sua sicurezza.