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di Liana Milella

La Repubblica, 25 novembre 2022

L’intervista all’ex ministra delle Pari opportunità. “Dopo il voto di oggi, spero ci sia largo consenso anche sul ddl antiviolenza che abbiamo ideato con il governo Draghi. Ai magistrati dico: la donna dev’essere ascoltata e creduta. E questo non sempre succede”. Dice così la neo presidente di Azione Mara Carfagna, ministra delle Pari opportunità nel Berlusconi 4. E ricorda la storia di Enza Avino, morta dopo venti denunce.

Tre donne appena uccise a Roma. E 104 quest’anno in Italia. Non è tempo di smetterla con le belle parole e passare ai fatti?

“Certo che lo è. Ma è ingeneroso sostenere che la politica abbia prodotto solo “belle parole”. La mia generazione è la prima ad avere accesso a strumenti di difesa. Quando sono nata, in Italia vigevano ancora le norme sul delitto d’onore, quando sono entrata all’università lo stupro era ancora un reato contro la morale, quando sono arrivata in Parlamento c’erano ancora colleghi che definivano un agguato sotto casa una forma di “corteggiamento”“.

Questo è vero, ma le donne sono sempre le “vittime”. Dove sono i passi avanti?

“Dobbiamo affinare le norme, imporre un uso più largo delle nuove tecnologie, come i braccialetti elettronici. Ma dobbiamo soprattutto promuovere un approccio della magistratura basato sul più assoluto rigore. La donna dev’essere ascoltata e creduta, e non sempre succede”.

Purtroppo è così. Servirebbero più attenzione e tempestività di polizia e pm quando una donna trova la forza di raccontare che è vittima di continue violenze domestiche…

“Con il Codice Rosso nel 2019 abbiamo previsto specifici obblighi formativi per le forze dell’ordine, sia sul fronte della prevenzione che su quello del perseguimento dei reati. Quell’azione va accelerata, finanziata, promossa ovunque. E va moltiplicato il sostegno ai centri antiviolenza, che hanno l’esperienza e la solidità per consigliare al meglio le donne in difficoltà”.

Ma in troppi casi alla denuncia non segue l’azione decisa dello Stato...

“È vero, e ne sono personalmente consapevole. Domani tornerò dopo sette anni a Terzigno, per una manifestazione dedicata a Enza Avino, una giovane madre assassinata dall’ex compagno che aveva denunciato venti volte, fermato e poi rilasciato perché ritenuto non pericoloso. Non era la prima, e purtroppo non è stata l’ultima”.

Perché le donne non vengono credute?

“In Italia si stenta a riconoscere che la violenza contro di noi è la più grande emergenza di sicurezza del momento, uccide più della mafia, più dello spaccio, e uccide innocenti: agire “dopo” con pene esemplari non è sufficiente, bisogna riconoscere i segnali prima e fermare i violenti con fermezza”.

L’ennesima commissione bicamerale è la risposta adeguata?

“È un aiuto a capire la vastità e la profondità del fenomeno, la sua connessione con gli stereotipi culturali ancora diffusi nella nostra società e a qualificare i “segnali”. Non è poco. E il voto all’unanimità fa sperare che lo stesso largo consenso possa esserci sul pacchetto antiviolenza che abbiamo messo a punto con il precedente governo e adesso abbiamo ripresentato in Parlamento: prevede l’obbligo del braccialetto elettronico per i violenti e il fermo preventivo ogni volta che si riscontri un concreto pericolo per le donne”.

Ma se i vicini sentono liti continue, e se la moglie, fidanzata o compagna esce di casa con il volto tumefatto non basta per allontanare il maschio violento?

“Deve bastare. Dovrebbe bastare, soprattutto se la donna si ribella e denuncia. Ma dirò di più: come chiediamo con il nostro disegno di legge, il fermo e la sorveglianza elettronica del maschio violento dovrebbero diventare una prassi ordinaria in ogni caso di aggressione”.