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di Giuseppe Culicchia

La Stampa, 6 febbraio 2026

Lo scrittore si rivolge agli autori delle scritte contro le forze dell’ordine: “Il poliziotto Sergio Bazzega è stato ucciso da mio cugino brigatista”. Voi che a Palazzo Nuovo avete scritto “+ Sbirri Morti + Vedove + Orfani” avete mai guardato da vicino il corpo di uno sbirro morto, la bocca rimasta spalancata dopo avere esalato l’ultimo respiro, avete mai parlato con la sua vedova, con il loro figlio rimasto orfano? Io uno sbirro morto non l’ho mai visto se non al cinema o in fotografia: immagino che anche per voi sia così. Però ho conosciuto la vedova di uno sbirro morto, e il loro figlio rimasto orfano. E la vedova dello sbirro morto, rimasta sola quando era una giovane donna, ha dovuto crescere quell’orfano che la mattina di dicembre in cui suo padre, lo sbirro, venne ucciso aveva appena due anni, e che di suo padre ricorda una sola immagine: lui, lo sbirro, che lo teneva per mano.

Quell’orfano ha avuto un’infanzia, un’adolescenza e una giovinezza molto difficili. Al dolore, alla mancanza, si è presto aggiunta la rabbia. Perché a me?, si diceva. Perché a mia mamma? Perché a mio papà? Perché non ho potuto conoscere mio papà? Ascoltare la sua voce, sentire il suo amore, imparare ad andare in bicicletta e a nuotare con lui? A un certo punto della sua giovane vita, per anestetizzare il dolore e non pensare alla mancanza e mettere in pausa la rabbia, quell’orfano ha fatto ricorso alle sostanze, con grande, ulteriore disperazione della madre, la vedova dello sbirro morto. Sono stati anni terribili: e di sicuro sarebbero stati diversi, se suo padre lo sbirro non fosse stato ammazzato, se sua madre non fosse diventata vedova, se lui non fosse rimasto orfano.

Io uno sbirro morto non l’ho mai visto se non al cinema o in fotografia, ma ho conosciuto la sua vedova e il loro figlio rimasto orfano. E il figlio rimasto orfano mi ha raccontato che suo padre, lo sbirro morto, prima di venire ucciso aveva scritto una lettera al quotidiano L’Unità. Il 22 maggio del 1975 era stata emanata la Legge Reale, che per contrastare il terrorismo durante quegli anni “di piombo” aveva introdotto il fermo preventivo di 96 ore, aumentato la facoltà di uso delle armi da parte delle forze dell’ordine per legittima difesa, messo il divieto di coprirsi il volto o di usare caschi in occasione di manifestazioni pubbliche: e suo padre, lo sbirro morto, in quella lettera aveva chiesto che si rivedesse quella legge.

Perché lui una mattina andando in auto al lavoro, in caserma, si era visto tagliare la strada da un’auto ed era stato costretto a frenare bruscamente, sterzando per evitare di tamponarla e finendo così fuori strada, alla pari di quell’auto. E aveva pensato a un agguato, ed era sceso dalla sua macchina con la pistola in pugno. E però aveva scoperto che quell’auto aveva semplicemente sbandato perché al volante c’era un anziano che ne aveva perso il controllo. Così poi quella mattina una volta arrivato in caserma aveva detto ai colleghi che lui da quel giorno la sua pistola l’avrebbe lasciata lì, non se la sarebbe portata a casa.

La vedova di quello sbirro morto invece mi ha raccontato che quando lui l’aveva sposata le aveva detto: “Ho sposato te perché so che se mi succederà qualcosa tu saprai crescere i nostri bambini”. Io non so se voi che avete scritto a Palazzo Nuovo “+ Sbirri Morti + Vedove + Orfani” abbiate mai visto uno sbirro morto o incontrato la sua vedova o conosciuto il loro figlio rimasto orfano. So che a uccidere quello sbirro e a provocare la morte di un suo collega dell’antiterrorismo giusto cinquant’anni fa, una mattina di dicembre del 1976, è stata una persona da me amatissima, Walter Alasia, brigatista rosso, che pochi minuti dopo venne ucciso a sua volta da un altro collega dei due.

E so che Walter non sapeva nulla di quei due sbirri: non sapeva che uno, Sergio Bazzega, aveva scritto quella lettera a L’Unità, e non sapeva che aveva una moglie e un figlio di due anni; e non sapeva che l’altro, Vittorio Padovani, da ragazzo era stato rastrellato dai tedeschi e si era salvato solo perché aveva fatto il liceo classico, e l’ufficiale tedesco che lo aveva interrogato aveva fatto il classico anche lui, e si erano messi a parlare di Seneca, e il tedesco lo aveva rilasciato; e non sapeva, il mio amatissimo Walter, che anche lui aveva una moglie, e che di figli ancora piccoli ne aveva due.

Non ho visto Sergio Bazzega e Vittorio Padovani morti: so che il primo, all’epoca maresciallo di Polizia, non sparò a Walter perché sulla linea di tiro c’erano i suoi genitori, i miei zii Ada e Guido. Ho però conosciuto la vedova di Sergio Bazzega, la cara, tenerissima dolcissima Luciana, e il loro figlio rimasto orfano, lo straordinario Giorgio Bazzega: dico straordinario perché oggi Giorgio, che è diventato un uomo generoso e pieno di voglia di vivere, dopo essersi lasciati alle spalle gli anni della rabbia e delle sostanze si occupa - pensate un po’, voi che avete scritto a Palazzo Nuovo “+ Sbirri Morti + Vedove + Orfani” - di giustizia riparativa. E va nelle carceri e nelle scuole a raccontare la sua, la nostra storia, che come forse anche voi potete intuire è una storia molto dolorosa, assieme al fratello di Walter Alasia: perché di morti e vedove e orfani l’Italia ne ha già avuti tanti. Troppi.