di Federica Olivo
huffingtonpost.it, 8 giugno 2026
Intervista con il vicedirettore di Repubblica e autore del libro “Contro la paura”, insieme a Franco Gabrielli: “Il modello securitario targato Meloni non funziona, perché la sicurezza si costruisce. Servono prevenzione e partecipazione. Dalle piazze ai migranti, fino alle carceri, ecco un’alternativa possibile”. “Il diritto alla sicurezza non è prerogativa della destra securitaria, ma può, anzi deve essere, prerogativa di una cultura democratica”, Carlo Bonini, vicedirettore di Repubblica, da più di trent’anni giornalista investigativo, racchiude in questa frase il senso del libro Contro la paura - Manifesto per una sicurezza democratica (Feltrinelli editore) scritto con Franco Gabrielli. Con il prefetto ed ex capo della Polizia, Bonini analizza in tutti gli aspetti le politiche securitarie del governo Meloni.
Ne emerge il ritratto di un esecutivo che ha fatto del law and order il suo cavallo di battaglia, seguendo la logica della ricerca del nemico e della repressione. Una logica che, ci spiega l’autore, non ha portato alcun frutto. Da questa conclusione nasce la spinta a immaginare un’altra idea di sicurezza. Vista non come un’alternativa alla libertà, né come qualcosa imposta dall’alto, ma come un sistema che includa invece di escludere. E che sia costruito, con spirito di collaborazione, da tutti coloro che abitano lo spazio pubblico.
Il libro parte da un momento di cesura: l’11 settembre. Dal giorno dell’attacco alle Torri gemelle nasce lo schema del governo dei fenomeni fondato sulla paura. Qual è il filo conduttore che lega quel momento alle politiche securitarie del governo Meloni?
L’11 settembre 2001 prende il via quello che definisco il paradigma dell’uso politico della paura. In quel momento, a seguito di un evento dallo straordinario impatto geopolitico, emotivo e simbolico, si passa da una fase in cui il conflitto sembrava completamente espunto dalla categoria del possibile a una nuova stagione. Dove la paura non solo diventa fattore di costruzione di consenso, ma anche strumento di governo. Giorgia Meloni non ha il copyright di questo modo di governare, ma ne è legittima erede. Il suo esecutivo incarna la declinazione più rozza, ma anche più schietta, dell’attitudine di gestire la cosa pubblica sfruttando la paura.
La sicurezza è diventata quasi un’ossessione del governo: ragiona seguendo una logica emergenziale anche dove l’emergenza non c’è. A cosa è dovuta questa ossessione, che si esplicita anche nel modo di legiferare, nei tanti nuovi reati introdotti?
Questo esecutivo è forte di una maggioranza che gli ha consentito in questi anni, non solo sui temi della sicurezza, di manovrare senza difficoltà in Parlamento. Ogni partito che lo compone è preoccupato della concorrenza a destra. Meloni ha temuto la concorrenza di Matteo Salvini. Salvini oggi, insieme a Meloni, teme quella di Roberto Vannacci. In questa rincorsa ovviamente il modello securitario conosce la sua declinazione più grossolana.
Su cosa si basa questo modello?
Sul presupposto dell’insicurezza, reale o percepita che sia. E su un corollario: il fatto che sicurezza e libertà siano due elementi antitetici: l’equilibrio va trovato aggiungendo una sufficiente dose di sicurezza a discapito di una tollerabile dose di libertà. Meglio ancora se le libertà compresse sono quelle di chi non è cittadino, o è considerato cittadino di serie B.
A pagarne le spese sono quindi coloro che contestano il governo, oltre ai migranti e gli italiani di seconda generazione...
A queste categorie si aggiungono le fasce sociali che sono considerate aliene rispetto al progetto di società e vengono additate come la ‘minaccia da fuori’. O, peggio ancora, la ‘minaccia da dentro’. Per funzionare questo meccanismo ha bisogno di una costante manipolazione del dato di realtà. Serve ad aiutare a mantenere quella condizione emotiva, psicologica, simbolica della paura.
Seguendo questo filo entra in gioco la cosiddetta percezione: il dato importante non è quello vero, ma quello percepito. Nel libro viene dedicato ampio spazio a questo tema: come ci si approccia alla percezione dell’insicurezza?
Non bisogna ignorarla, così come non bisogna ignorare la paura. Però non può diventare uno strumento di governo. Nel libro proviamo a immaginare un modello di sicurezza opposto a quello appena esposto, partendo dal presupposto che la sicurezza è un diritto a cui hanno meno accesso i soggetti economicamente più fragili. Le fasce di popolazione benestanti e socialmente più forti avvertono meno il tema dell’insicurezza, perché sono in grado di ovviare, con la disponibilità economica o in ragione della loro funzione sociale.
La legislatura si avvia alla fine. Entro il prossimo anno ci saranno le elezioni. Il centrosinistra, che su questi temi arranca e si limita all’inseguimento del centrodestra, dovrà iniziare a immaginare un modello alternativo. Da dove partire?
Le strade percorribili esistono, sono concrete. Non c’è nulla di utopico nelle cose che proviamo a indicare nel libro. Sui migranti, per esempio, la strada maestra è l’integrazione. Lo è da un punto di vista strategico. L’immigrazione va governata, non si può vivere nell’illusione che possa essere alzato un muro nel Mediterraneo o che politiche securitarie abbiano una funzione deterrente. I grandi flussi migratori rispondono a esigenze e a cicli della nostra storia che non si fanno spaventare né dal pedaggio terribile di vite umane che viene pagato, né tantomeno dalle norme penali di un paese.
Come si governano allora i flussi?
Con politiche che l’Italia non ha mai sperimentato: cominciando a considerare gli immigrati una risorsa, anziché un pericolo o una minaccia. Naturalmente bisogna investire per fare tutto questo. Sono necessarie politiche di integrazione, che passano attraverso l’insegnamento della lingua, il diritto alla casa, l’istruzione, il welfare. Solo in questo modo gli immigrati entrano appieno in una comunità.
Nel libro, con Gabrielli proponete un ministero ad hoc per la gestione dell’immigrazione. Perché è necessario?
Perché l’immigrazione è un fenomeno complesso che richiede soluzioni complesse, competenze e conoscenze specialistiche in settori diversi. L’idea è quella di creare un ministero che attragga su di sé tutte queste funzioni e implementi le politiche migratorie del Paese, in una logica in cui esistono diritti ma anche doveri.
Un altro tema caldo sul fronte della sicurezza è quello della gestione delle piazze. Il governo ha riempito di paletti il diritto a manifestare...
Bisognerebbe fare un’inversione anche su questo fronte. Passando da un’idea della piazza come luogo materiale e simbolico della risoluzione muscolare del conflitto, dove lo Stato deve riaffermare la sua autorità rispetto al dissenso, a un’idea di piazza come luogo di massima garanzia della manifestazione del pensiero. L’ideale è un modello dove l’uso della forza è residuale e il successo viene misurato solo a base di ciò che non accade. Per realizzare tutto questo servono meccanismi di trasparenza nella ricostruzione della responsabilità delle catene di comando, che si realizzerebbero anche attraverso l’introduzione dei numeri identificativi sulle divise.
Connesso alla sicurezza è il tema della gestione delle carceri. Sono in una situazione drammatica e il governo continua con la politica del “buttare la chiave”. Come invertire la rotta?
Se si divorzia dall’idea che il carcere abbia una funzione, che peraltro è scritta nella Costituzione, non solo retributiva ma anche rieducativa, se si respinge il fatto che chi delinque ha diritto a una seconda possibilità, il problema diventa sistemico. Serve depenalizzare il più possibile: il ricorso alla pena detentiva deve riguardare solo le condotte oggettivamente più gravi. La depenalizzazione servirebbe a evitare che la stragrande maggioranza delle persone che entrano in carcere lo faccia perché ha commesso reati connessi al mondo degli stupefacenti. Una cosa è il narcotraffico, un’altra il piccolo spaccio.
C’è anche un tema di vivibilità delle celle. Il sovraffollamento è una piaga dalla quale non si riesce a uscire...
E in carceri così affollate qualunque tipo di attività finalizzata alla rieducazione è improbabile. Se il carcere diventa una discarica sociale, oltre a tradire lo spirito della Costituzione non si risolve il problema.
Che bilancio si può trarre da quasi quattro anni di politiche securitarie del governo Meloni?
Che questo modello, oltre a mostrare il volto più feroce dello Stato, non funziona. E non funziona perché la sicurezza si costruisce. Servono prevenzione e partecipazione. Bisogna mettere in connessione tutti i pezzi della società che possono contribuire alla buona riuscita dell’ordine pubblico. Farli dialogare.










