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di Vladimiro Zagrebelsky

 

La Stampa, 25 luglio 2019

 

È morto a Torino Carlo Federico Grosso, tra i più noti penalisti italiani e a lungo collaboratore della Stampa. Aveva 81 anni. Emerito di Diritto penale, è stato consigliere comunale e vicesindaco di Torino nelle file del Pci, e vicepresidente del Consiglio regionale del Piemonte.

Nel 1994 è stato eletto nel Csm, di cui è stato vicepresidente. Come avvocato, ha rappresentato tra l'altro la parte civile nel processo per la strage di Bologna e ha difeso Annamaria Franzoni nella prima fase del processo per il delitto di Cogne. Non è facile ricordare un giurista come Carlo Federico Grosso ai lettori di questo giornale che ne hanno apprezzato i puntuali articoli, capaci di chiarire anche complessi problemi legati alla giustizia.

Non è facile perché egli ha percorso tutte le vie aperte al cultore del diritto. Le varie occasioni d'impegno sono state sempre legate dal forte rigore civile che lo caratterizzava. Non è facile poi per chi, come chi scrive, non solo è stato per oltre cinquant'anni tra i suoi amici, ma anche lo ha più di una volta incrociato, in posizione diversa, nelle stesse occasioni di lavoro, nelle stessa istituzioni ove operavamo (come il Consiglio Superiore della Magistratura o le commissioni ministeriali di studio).

Era, Carlo Federico, di rigore istituzionale senza difetto: un importante tratto del suo carattere che è giusto sottolineare. Carlo Federico Grosso è stato uomo delle istituzioni. Per questa sua virtù, prima di tutto, voglio salutarlo oggi che è scomparso. Mostrava profilo istituzionale anche quando, soprattutto negli ultimi anni, era impegnato come avvocato.

Sentiva di svolgere una funzione d'interesse pubblico, affascinato dal valore del contradittorio processuale, attirato non solo dalle questioni di diritto, ma anche dal problema della ricostruzione del fatto, dalla ricerca della verità, secondo le regole del processo. Sul piano della notorietà pubblica ha avuto maggior eco l'impegno d'avvocato nella prima parte del processo per il delitto di Cogne.

Tuttavia più significativo è il ruolo di avvocato di parte civile nei processi per le stragi terroristiche di Bologna e del Rapido 904, e anche per quello del fallimento Parmalat, ove difendeva le decine di migliaia di vittime del fallimento. Recentemente ha difeso Calogero Mannino, ora assolto anche in appello nel processo della cosiddetta Trattativa. Questi i principali processi in cui il risvolto civile è più evidente. Professore di diritto penale uscito dalla scuola penalistica torinese guidata da Marcello Gallo, professore a Urbino e a Genova e da ultimo ordinario nell'Università di Torino, Grosso è stato autore di importanti monografie sia di parte generale, come le cause di giustificazione, sia di parte speciale, come l'abuso di ufficio.

Di forte preparazione teorica, a essa univa l'esperienza pratica fornitagli dall'attività d'avvocato e da quella politica. Accanto al lavoro di studioso e docente, Grosso si è impegnato nell'amministrazione della cosa pubblica. In questo non dissimile dal padre, Giuseppe Grosso, non dimenticato professore di diritto romano, ma anche sindaco di Torino e presidente della Provincia. Carlo Federico è stato vice sindaco e vice presidente del Consiglio regionale piemontese.

Eletto dal Parlamento nel 1994 componente del Consiglio Superiore della Magistratura, ne fu poi eletto vice presidente. Allora come in altri periodi le tensioni attorno al Csm erano forti, soprattutto per i rapporti che si sviluppavano tra magistratura e poteri politici. Ricordo la sua audizione alla Commissione bicamerale di Riforma costituzionale presieduta da Massimo D'Alema. Ai disaccordi che percorrevano il Consiglio sulle modalità con cui occorreva organizzare l'interlocuzione con la Commissione, Grosso diede soluzione con il suo intervento, fermo in difesa dell'indipendenza della magistratura.

La sua audizione fu commentata favorevolmente da tutto il Csm. Grosso fu capace di assicurare una guida autorevole, non corriva, rispettata. Non ha avuto fortuna, perché non ripreso in sede governativa o parlamentare, l'importante lavoro da lui curato e diretto come presidente della Commissione ministeriale per la riforma del Codice penale che porta il suo nome.

Grosso seppe dare spazio agli apporti di numerosi autorevoli componenti, non disperdendo inutilmente i lavori e alla fine personalmente redigendo, con rapidità e maestria, testo e relazione illustrativa. Non a lui o alla Commissione risale la responsabilità della mancanza di sviluppo di quello studio.

Anche le altre analoghe Commissioni, presiedute dai professori Pagliaro e Pisapia, hanno avuto analogo esito. Ma vi è chi non si scoraggia. o, pur scoraggiato, non rinuncia a fornire a governo e Parlamento la scienza necessaria alle riforme di cui il Paese ha bisogno. Di Carlo Federico Grosso, sopra tutto il resto, ricorderemo l'indefettibile, esperto impegno nell'interesse della nostra Repubblica.