di Enrico Deaglio
La Stampa, 18 luglio 2026
Al G8 il potere la fece franca: pochi pagarono, nessuno chiese scusa. Eravamo in tanti, in piedi, tutti ancora sotto shock per quello che avevamo visto quel pomeriggio; riuniti nella stanza del direttore del “Secolo”, la cui sede stava in piena “zona gialla”, quindi al di là dell’inferno, per chiudere il giornale. Sul cadavere di quel ragazzo disteso nel sangue in piazza Alimonda, dopo che il Defender in retromarcia gli era passato sopra, si era, con difficoltà, appreso solo il nome, Carlo Giuliani, ma per il resto circolavano le voci più diverse. Ucciso dai suoi, ucciso da un sasso, sparato da un lacrimogeno o da non si sa chi; ecco, mi ricordo bene il preciso momento in cui il telecopier, o come si chiamava allora, sputò fuori la fotografia scannerizzata destinata a fare Storia.
Era una sequenza scattata con un potente teleobiettivo dal fotografo catalano Dylan Martinez per la Reuters (era la prima digitale, Nikon D1, con annesso laptop per trasmettere); Martinez, per intuito, intravide quello che aveva fissato e raccomandò all’agenzia di distribuire con la massima urgenza (intorno a lui la polizia si incaricava di sfasciare macchine fotografiche e sequestrare rullini) ed ora, intorno alle 21 di venerdì 20 luglio 2001, avevamo sul tavolo gli ultimi secondi della vita di un esile Carlo Giuliani, che va all’assalto del Defender dei carabinieri reggendo un pesante estintore con le due braccia, mentre dall’interno del mezzo, nel buio, spunta una pistola impugnata tenendo il calcio in orizzontale e ad altezza d’uomo: quello scatto la prova di come erano andate le cose e, per noi giornalisti, un segno che il nostro mestiere era ancora utile.
Mi ricordo quel momento come una liberazione, di verità difficile da negare. Ma durò poco. Si seppe subito che nei locali della Fiera, dove erano acquartierati i poliziotti si era sparsa la voce che uno dei loro era stato ucciso e che bisognava vendicarlo. E il pomeriggio seguente ci fu il massacro di corso Italia, in cui la truppa ebbe via libera e che durò ore. E non era finita neppure qui, perché la notte ci fu l’assalto alla scuola Diaz, dove i dirigenti della polizia e dei carabinieri si accanirono contro manifestanti sorpresi nel sonno. E non era finita nemmeno qui perché dal giorno dopo cominciarono a circolare le notizie su quanto era successo alla caserma di Bolzaneto, ovvero la tortura dei prigionieri. Genova fu un incubo che non finiva mai.
Che ci facevo, lì? Il direttore del Secolo XIX di allora, Antonio Di Rosa, mi aveva proposto di aggiungermi ai suoi giornalisti per raccontare i giorni del G8; e gliene sono ancora grato, perché quell’esperienza fu davvero un concentrato di insegnamenti e mi ha reso, per dirla con Paolo Conte, tra i tantissimi che abbiamo conservato “quella faccia un po’ così che abbiamo noi che abbiamo visto Genova”. Dicono che i manifestanti fossero 300.000 - tutti volevano essere a Genova - e che le loro famiglie e i loro amici cercarono, spesso invano, di mettersi in contatto con loro con i telefonini.
Moltitudini si ricordarono, per anni, di quel G8, almeno nei sogni. Molti dissero “mai più”; mai più andrò in piazza; cosa che successe anche a me. Avevo allora 54 anni e, come succede a tutti, credevo di essere ancora in grado di reggere; invece mi scoprii a scappare con il fiatone, ad essere diventato fifone e impotente, oltreché testimone di un mondo nuovo non facile da comprendere, e di un mondo vecchio che invece non era cambiato, anzi: l’abuso di potere, la storia ce l’ha insegnato, non è mai una sorpresa.
A Genova era venuta una moltitudine di persone, venuta da ogni dove per parlare di migranti e dei diritti dei clandestini, di cambiamento climatico, di diritti della natura, dell’acqua come bene pubblico, della possibilità reale di mettere una piccola tassa (la Tobin tax, qualcuno se la ricorda?) sulle transazioni finanziarie, della remissione del debito per i paesi del Terzo Mondo, un’agenda politica che non stava nei programmi di nessun partito e di nessun “potente della Terra”. Che però avevano deciso che con quelle idee, proprio non volevano parlare. L’Italia che li ospitava li accolse assicurando protezione e sperando di fare “la bella figura”. Pensò anche che era un’occasione per far capire chi comanda.
Al limite della jattanza, alle soglie del grottesco: i reticolati alti dieci metri, i sonar nelle fogne, le duecento bodyguard ordinate, lo svuotamento delle carceri per ospitare i nuovi ospiti, i bei cavalli scalpitanti a trasformare via XX Settembre in una stalla, i bonus alle forze dell’ordine per sfoggiare giubbotti e ginocchiere, cinturoni e manganelli tonfa, i loro ritornelli: “un due tre arriva Pinochet…” (pronti però a scappare alla presenza di alcune centinaia di black bloc che arrivarono e se ne ripartirono senza essere disturbati). E naturalmente, il morto che “ci doveva scappare”. Statisticamente.
In mezzo a tutta questa tragica baracconata c’era però anche una premonizione, che portò a chiudere lo spazio aereo e a piazzare le batterie di missili Patriot sulla diga foranea, per una segnalazione ai nostri servizi di un possibile attentato dal cielo contro il presidente americano George W. Bush. C’era del vero, ma Mohamed Atta e i suoi 18 compari non cambiarono i loro piani e, come programmato, arrivò l’11 settembre di New York e Washington. Per cui, forse si potrà dire che Genova fu un test, una prova generale, un aperitivo della Storia, un’ouverture con cui aprire il nuovo, orrendo secolo che stiamo vivendo.
Il “potere” (qualunque cosa esso sia) che aveva organizzato tutto ciò, tutto sommato la fece franca. Pochi pagarono, nessuno chiese scusa, per quella che venne chiamata, eufemisticamente “una sospensione della democrazia”; con l’eccezione del coraggioso generale Niccolò Bozzo, che rifiutò di impiegare i suoi vigili urbani in servizio di ordine pubblico. La magistratura di Genova resistette a potenti intimidazioni e consegnò al mondo la verità.L’Unione Europea condannò l’Italia per il reato di tortura. Eccezionale fu la società civile, con i suoi giornali, i film, le fotografie, le testimonianze, la difesa legale.
Un dettaglio, che spiega il funzionamento del potere (qualunque cosa esso sia) nel nostro paese, riguarda il prefetto Arnaldo La Barbera, capo dell’Ucigos, responsabile della strategia militare per il G8. Lo si vide, con l’elmetto, le sneakers e il manganello all’assalto della Diaz. Come era arrivato a quella posizione, partendo dalla carica di vicequestore a Palermo? Per merito: aveva scoperto chi aveva ucciso il giudice Paolo Borsellino. Morirà nel 2002, a 60 anni, sepolto con i funerali di Stato che si devono ad un eroe dell’antimafia. Dieci anni dopo si scoprirà che la sua inchiesta palermitana era stato il più grande depistaggio della storia giudiziaria italiana.










