di Guido Caldiron
Il Manifesto, 23 novembre 2025
Lo scrittore: “Costruire una rete di letteratura di opposizione che analizzi la situazione del Paese per mostrarne tutte le contraddizioni”. I suoi romanzi non hanno reso Massimo Carlotto solo uno dei protagonisti del noir europeo, ma anche un attento e appassionato osservatore delle trasformazioni del Veneto. Come indicano le indagini dell’Alligatore, il detective senza licenza protagonista di molte sue storie, che vive e opera a Padova, la città di Carlotto, che hanno appena compiuto trent’anni, celebrati con il romanzo “A esequie a venire” (Einaudi), recensito sul manifesto l’8 novembre.
Il debutto dell’Alligatore è del 1995: quanto è cambiata la regione nel frattempo?
Il Veneto è cambiato moltissimo, nel senso che c’è stata una vera e propria modificazione antropologica, con lo sviluppo di un’illegalità diffusa, endemica, che si diffonde a macchia d’olio. Illegalità a livello economico che significa anche illegalità nel mondo del lavoro: caporalato, sfruttamento, lavoro nero. E tutto ciò cresce all’interno di una logica di consumo folle del territorio. Una situazione preoccupante a cui si è accompagnata la formazione di un blocco sociale che vota in particolare la Lega perché questo partito risponde alla logica “gli affari vanno rispettati”. E la percezione che c’è qui è che “il nero” sia il vero motore dell’economia. Inoltre, il flusso di questi soldi non è visibile ma viene intascato subito, investito in attività pulite o finisce nelle banche clandestine cinesi.
Un blocco sociale che sembra però pronto a cambiare referente politico, vista la crescita dei consensi per Fratelli d’Italia…
In realtà il blocco sociale che si è costituito in Veneto premia le forze politiche che tutelano i privilegi di chi ne fa parte. Detto questo, in campagna elettorale c’è stato uno spiegamento di forze straordinario da parte della Lega per raccogliere il maggior numero di preferenze in favore di Alberto Stefani, che mi sembra il candidato “perfetto” per la regione, molto di più di quelli che avrebbe potuto proporre la destra che da queste parti è piuttosto becera: sono quelli che vanno alle commemorazioni dei repubblichini, tanto per capirci.
Le destre indicano “gli stranieri” come responsabili della criminalità. Nei suoi romanzi emerge però come gli interessi delle mafie internazionali siano intrecciati a quelli dell’economia locale. Nel suo ultimo libro un imprenditore si serve di una banca clandestina cinese...
In Veneto si è creato “un sistema” che funziona anche molto bene. Da una parte le culture criminali e mafiose italiane ed estere. Dall’altra, ambienti corrotti dell’imprenditoria, della finanza e della politica. Il sistema economico del Nordest sembra fatto apposta per riciclare e così si fanno grandi affari. La criminalità straniera investe nel territorio in attività pulite perché c’è quella che potremmo chiamare una borghesia imprenditoriale corrotta che accetta, aiuta, collabora e guadagna. E le cose sono destinate a peggiorare, già oggi la gestione di molte aziende è in mano alla criminalità.
Rispetto a come la Lega si è imposta in Veneto, c’è un elemento di cui non è facile misurare il peso: l’attenzione posta sull’”identità”...
Penso che in realtà, malgrado ci abbiano provato in tutti i modi, gli è sempre andata male. Mi spiego: ci hanno provato ai tempi di Galan con un’enciclopedia che doveva raccontare la storia dal punto di vista dei veneti: un fallimento. Poi, Zaia con la lingua, e anche lì non è andata meglio. È rimasta l’identità vittimista, quella che dice “noi veneti siamo perennemente sfruttati dal Sud che ci deruba”. In questo territorio, evocare in questi termini il Sud vale di più rispetto al parlare dei migranti, perché qui i migranti li vogliono, anche se nascosti, per farli lavorare nei campi o nelle aziende. Quando si è svolto il referendum sull’autonomia (2017) in Veneto la Lega ha stravinto, ma oggi quella parte “identitaria” non esiste quasi più, ci sono solo dei gruppuscoli sia a destra che a sinistra che agitano il tema dell’indipendentismo. Ma il vero messaggio che è passato è un altro: se evadi le tasse sei un patriota e non ti fai perseguitare dallo Stato italiano.
In un volume uscito alla vigilia del voto - “Veneto Punto e a capo” di Diego Crivellari e Francesco Jori - si riflette sul ruolo svolto dalla letteratura nel raccontare le trasformazioni della regione: dalla locomotiva Nordest alla crisi permanente. Lei come immagina questo ruolo?
In realtà si tratta di un dibattito che stiamo facendo anche a livello nazionale con altri autori. Io ritengo che in questo momento sia fondamentale costruire una rete di letteratura di opposizione che analizzi la situazione del Paese per mostrarne tutte le contraddizioni. Credo che sia ciò che possiamo fare come scrittori nella prospettiva di una letteratura che torni a raccontare il conflitto sociale nel presente come sul piano storico.










