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di Mirella Piccin

Il Gazzettino, 28 luglio 2025

“Sguardi - storie brevi scritte sulla pelle”. Ha operato nella Casa circondariale di Trieste con le donne. Nata a Taiedo e residente da alcuni anni a Trieste per motivi di lavoro, Carmen Gasparotto ha scritto un nuovo libro, intitolato “Sguardi - storie brevi scritte sulla pelle”, in cui racconta la sua esperienza come volontaria in carcere. Dietro le sbarre, ha scoperto le persone nella loro verità, nella loro essenza, ma anche nella loro parte peggiore, non lo nega. Ma sempre con la convinzione che “l’uomo non è il suo peccato né il suo reato: è figlio di Dio”.

La postfazione del libro è di Giovanni Grandi, professore ordinario di Filosofia Morale all’Università di Trieste. Gasparotto ha scritto 60 microracconti, corredati dalle illustrazioni di Lisa Palleva, giovane tatuatrice di talento diplomata in Tatuaggio Artistico all’Accademia delle Belle Arti di Udine, che opera con il proprio studio a Fiume Veneto. Con disegni dal tratto leggero, quasi una filigrana, Lisa ha dato corpo e interpretazione alle singole storie.

“Nei miei Sguardi non c’è quasi nulla di inventato sottolinea Carmen. Tutto è colto d’improvviso nella rivelazione che la realtà mette di colpo davanti agli occhi. Lampi di immagini, eventi colti in modo inatteso, attimi in cui l’esistenza rivela il suo volto, tragico, comico, struggente, incantevole, cinico, candido”. “Molte delle storie raccolte in questo libro sono pezzetti di mondo dai quali mi sono sentita chiamata - continua l’autrice -. Diversi racconti nascono dalla mia esperienza come volontaria alla casa circondariale di Trieste “Ernesto Mari”, che ha al suo interno l’unica sezione femminile della nostra regione”.

La sezione femminile si trova al penultimo e ultimo piano della struttura, che ospitano rispettivamente le celle e uno spazio mansardato utilizzato come area comune. Le celle sono otto, ciascuna pensata per quattro persone. La maggior parte di esse ha letti a castello e in tutte c’è un piccolo bagno separato comprensivo di wc, lavandino e bidet. Le docce, invece, sono fuori dalle celle come nelle sezioni maschili. Sono alcuni dati tratti da Internet dall’associazione Antigone, che è autorizzata dal Ministero della Giustizia a visitare i quasi 200 Istituti penitenziari italiani.

Carmen racconta la sua conoscenza diretta come volontaria: “In carcere incontro persone, non reati; questo il principio che mi guida precisa -. Stare in ascolto dell’altro restituendo dignità e superando la cultura della “pena” permette a noi volontari di offrire possibilità”.

Per la scrittrice, “in un luogo come il carcere, dove gli orologi sono immobili, si può cambiare per un incontro, per le parole che sono altro da quelle dei compagni di cella, per lo studio, per la possibilità di lavorare. Le donne in carcere rappresentano il 4% di tutta la popolazione carceraria. Vale anche per il carcere di Trieste dove le donne non superano quasi mai il numero di 20 - racconta - e dove il sovraffollamento è una costante”.

Carmen rileva che “storicamente c’è stato un disinteresse, prima di tutto culturale, ad affrontare la questione della donna nell’accezione di rea. Gli aspetti emozionali sono una forte componente comunicativa delle storie di ogni donna che nella vita detentiva paga anche la propria residualità numerica. Non ci sono mariti o fidanzati nei discorsi delle donne. Non ci sono “mogli” per loro che si precipitino con biancheria pulita e qualche carezza a placare l’angoscia”.