di Ilaria Dioguardi
vita.it, 2 dicembre 2025
Dal 31 dicembre 2024 l’ex ministro ed ex sindaco di Roma Gianni Alemanno è detenuto nel carcere di Rebibbia. Tiene un “diario di cella”, che viene pubblicato periodicamente sulla sua pagina Facebook, insieme a Fabio Falbo. Abbiamo raccolto alcuni passaggi di questi diari, che da quasi un anno raccontano quel che succede davvero dietro le sbarre. Il “diario di cella” di Gianni Alemanno non è un esercizio di memoria personale: apre uno squarcio dove spesso la luce non entra. Dal 31 dicembre 2024 l’ex ministro ed ex sindaco di Roma è detenuto nel carcere di Rebibbia.
Il suo racconto della vita dietro le sbarre viene pubblicato su Facebook, sono pagine scritte a quattro mani insieme a Fabio Falbo, lo “scrivano” dell’istituto romano. Alemanno e Falbo dicono di essere “accomunati dallo stesso impegno per rendere pubbliche le drammatiche condizioni in cui si vive negli istituti penitenziari italiani”. Abbiamo raccolto alcune pagine del loro diario.
“Stiamo morendo dal freddo” - 23 novembre 2025 - 327° giorno di carcere. Questa è la pagina 33 del suo “Diario di cella”. “Sos aiuto, venite a salvarci! Pronto, qui Rebibbia, abbiamo un problema: stiamo morendo dal freddo. Siamo giunti al 23 novembre e i termosifoni sono completamente spenti, mentre nevica in tutta Italia e le temperature scendono anche a Roma”, scrive Alemanno. “Radio carcere ci dice che le caldaie sono rotte e che anche gli agenti della penitenziaria sono nelle nostre stesse condizioni: non solo qui al braccio ma anche nella loro caserma, attigua a Rebibbia, i termosifoni sono spenti e l’acqua calda dopo le otto di sera non arriva neanche nelle docce, per quelli che smontano dagli ultimi turni di guardia. Siamo anche noi colpiti dal Generale Inverno e, vestiti spesso in modo improbabile per combattere il freddo, sembriamo più dei clochard nei rifugi della Caritas in pieno inverno”.
“Come pacchi postali” - “Gli ultimi dati ci dicono che il sovraffollamento carcerario in Italia è giunto al 137,1% (63.467 persone detenute a fronte di 46.304 posti realmente disponibili: 17.163 persone in più del dovuto!)”, si legge sulla pagina di Gianni Alemanno. Il post, del 12 novembre scorso, continua così: “È crollato un pezzo del soffitto del carcere romano di Regina Coeli e adesso tutte le persone che vengono arrestate qui a Roma siamo portate direttamente nell’altro carcere romano di Rebibbia, cioè in quello in cui siamo reclusi noi. Qui il sovraffollamento è schizzato al 152,4% con 1.628 persone detenute su 1.068 posti disponibili secondo regolamento, ma c’è chi scommette che all’inizio dell’anno prossimo saremo più di 2mila”, prosegue. “Risultato? Qui a Rebibbia le persone detenute vengono spostate da una parte all’altra come dei pacchi postali”.
“I lavoratori e gli ergastolani rischiano di perdere la cella singola di cui hanno diritto; le salette dedicate alla socialità vengono trasformate in “camerata” con 12-18 persone con un solo bagno; si minaccia di mettere la settima branda in celle che oggi ne hanno sei e che in origine erano state progettate per solo quattro brande; ogni giorno persone detenute vengono trasferite a caso da un braccio a un altro, da un carcere ad un altro. Tutti i “percorsi trattamentali” di studio, di lavoro, di università, di confronto con gli psicologi e gli educatori, vengono bruscamente interrotti e azzerati”.
“Asfissianti procedure burocratiche” - Nella sua pagina Alemanno denuncia anche le lungaggini e la farraginosità della burocrazia: “Il Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, ndr) si sta esercitando a diramare circolari che sembrano servire solo a rendere più difficili quelle poche attività culturali e formative che sopravvivono nelle carceri. Come quella del 21 ottobre 2025, che impone un controllo centralizzato su tutte le attività trattamentali esterne, ovvero subordina a una decisione dell’amministrazione centrale tutte le autorizzazioni d’ingresso di operatori esterni e di persone di cultura, decisioni che prima, secondo l’Ordinamento penitenziario, spettavano ai direttori delle singole carceri e ai relativi magistrati di sorveglianza”, continuano Alemanno e Falbo.
“Certo, questa circolare riguarda solo le carceri che hanno nel loro interno reparti ad alta sorveglianza, ma sono la maggioranza degli istituti penitenziari e spesso per i pochi in alta sorveglianza si rovina la vita a tutte le normali persone detenute (a Rebibbia sono un centinaio in alta sorveglianza a fronte di un totale di 1628 persone detenute)”. Questa circolare impone asfissianti procedure burocratiche: richieste da inviare con largo anticipo, elenchi nominativi, titoli, spazi, pareri, un apparato che scoraggia, rallenta, esclude. Perché? Che senso ha? Università, associazioni e volontari sono in rivolta, ma qualcuno li ascolterà?”.
Essere padri dietro le sbarre - “Il carcere ha i suoi “gessetti colorati”, scrive il 14 settembre 2025. Servono “a far giocare i figli più piccoli quando i padri li incontrano nelle ore d’aria. Questi padri detenuti si attrezzano minuziosamente, con fogli di carta, le matite colorate, qualche pallone, altri semplici giochi, per tentare di far vivere spensieratamente ai loro figli quel poco di tempo che passano insieme. Strumenti semplici e disperati per recuperare un poco di paternità e di rapporto con i propri bimbi e i propri ragazzi”, prosegue. “E li vedi aggirarsi per l’”area verde” (lo spazio aperto a lato della Chiesa centrale, in cui si svolgono la maggioranza dei colloqui) questi padri detenuti, che spesso sono degli omoni tatuati, che corrono, giocano, strillano, con i loro figli sulle spalle, presi per mano, inseguiti e abbracciati”.
Senza materassi e senza cuscini. E con pochi agenti - “Alcuni dei nuovi venuti si sono trovati senza materassi e senza cuscini, e hanno dovuto dormire una o più notti sul nudo ferro della branda”, denuncia nel “Diario di cella” 28 dello scorso 22 ottobre. “La carenza di organico dei “Baschi Azzurri” è del 16%: 31.332 persone in servizio contro una previsione di organico di 37.181 addetti. Lascia esterrefatti il semplicismo con cui il Governo promette di costruire nuove carceri per 10mila posti di detenzione in più, senza prevedere un massiccio reclutamento di nuovi componenti della penitenziaria: dopo l’ultimo Consiglio dei Ministri dedicato all’emergenza carceri, il presidente Meloni ha annunciato trionfante che nella prossima finanziaria saranno previsti fondi per arruolare altri 1.000 poliziotti penitenziari!”, si legge in un post del 19 agosto scorso.
“Cioè quanti ne bastano per vigilare, a seconda dei diversi parametri, dai 1.900 ai 3mila detenuti in più, ma che in realtà è solo un sesto dell’attuale carenza di organico. Il sindacato Sappe denuncia ritardi di mesi nel pagamento degli straordinari, delle missioni e dei buoni pasto (che sono aumentati del 200% per fare fronte ai turni massacranti a cui è sottoposto il personale)”, prosegue il post. “Così, da quando abbiamo cominciato la nostra opera di denuncia contro il vergognoso sovraffollamento nei nostri istituti penitenziari, sono sempre di più gli ufficiali, i sottufficiali e gli agenti della polizia penitenziaria che ci chiedono come sta andando, se ci sono speranze per un intervento concreto del Governo o della politica in generale”.
Ritardi per visite, esami ed interventi - “Da qualche tempo una nuova immagine inquietante attraversa i nostri occhi: Franco D. R. che vaga per il reparto con in mano una sacca di plastica più o meno piena di urina, collegata al catetere che si porta addosso con il tubicino che entra nei suoi pantaloni. 78 anni, invalido civile al 90%, malato di cuore e portatore di pacemaker, Franco ha un tumore benigno alla prostata che bisognerebbe operare. Dopo la prognosi a maggio, è stato messo in lista cinque volte per preparare l’operazione, ma non è mai arrivato all’ospedale Pertini perché mancano le scorte per accompagnarlo”, è scritto su un post di un paio di settimane fa.
“Operazioni semplicistiche di redistribuzione” - “I tribunali di sorveglianza, soprattutto quello di Roma, non hanno personale (né elasticità mentale) e non riescono a mandare alle pene alternative neppure le persone che hanno tutti i requisiti per ottenere questi benefici previsti dalla legge”, si legge nel “Diario di cella 12” dell’1 luglio scorso dal titolo “Arriva il momento più difficile: il caldo arroventa il sovraffollamento. Ma la politica dorme (con l’aria condizionata”).
“Nel mio reparto c’è Mario, arrestato a 81 anni per una condanna definitiva per reati finanziari di quindici anni prima, che, dopo un mese e mezzo di carcere, finalmente cinque giorni fa si è visto riconoscere dal tribunale di sorveglianza il diritto ad andare agli arresti domiciliari. Ma, passati cinque giorni, Mario sta ancora qui! Con le sue gambe piene di piaghe e di croste (non so per quale malattia) in bella vista sotto i calzoncini che pure lui deve indossare per sopportare il caldo. Sta ancora qui e nessuno sa il perché!”. Alemanno con Falbo scrivono: “Il sovraffollamento delle carceri porta anche a questo: operazioni semplicistiche di redistribuzione della popolazione carceraria, basate magari su un astratto dato anagrafico di residenza. La causa principale è sempre questo maledetto sovraffollamento che la politica non vuole vedere”.
I suicidi - A luglio, al suicidio in carcere numero 42 dall’inizio dell’anno, Alemanno scriveva: “Quello che le cronache giornalistiche non hanno detto (perché probabilmente non lo sanno) è che, in teoria, anche questo suicidio poteva essere sventato se le ispezioni periodiche notturne avessero funzionato secondo regolamento. Ma questi giri per controllare le celle, per il sovraffollamento e per la carenza di personale della Penitenziaria, sono ridotti e spesso vengono saltati”. Nel 2025, ad oggi, i suicidi tra i detenuti sono 73 (dati del dossier “Morire di carcere” di Ristretti orizzonti).
Combattere contro il rischio di diventare “morti viventi” - Il 15 aprile 2025 Alemanno approfondiva il senso religioso negli istituti di pena. “Il carcere spinge verso l’esperienza religiosa, la sofferenza individuale come il rallentamento dei ritmi di vita di tutta la comunità carceraria, costringono a guardarsi dentro, a mettersi in ascolto, a cercare qualcosa. Questo è uno dei più potenti strumenti con cui si combatte il rischio di diventare uno dei “morti viventi” che vegetano tra queste mura”. Nel diario di cella 2, dell’1 aprile 2024, parlava della vita di comunità dei detenuti: “Nelle celle si vive un’intensa esperienza comunitaria, con i forti connotati romantici ed emozionali propri di tutte le vicende comunitarie. Tra i compagni di cella si condivide tutto, dalle derrate alimentari ai lavori quotidiani, dalle emozioni ai ricordi”.
“La natura comunitaria dell’esperienza carceraria permette di alimentare la speranza di quella “rieducazione” di cui parla l’articolo 27 della Costituzione. Proprio per questo è un peccato, e anche una vergogna, quando le istituzioni preposte non riescono a valorizzare queste potenzialità”, continua, “non dando coerenza e continuità ai percorsi che dovrebbero portare dalla rieducazione all’accesso alle pene alternative. Non parliamo del personale che lavora nelle carceri (dirigenza e polizia penitenziaria) che sono vittime dei malfunzionamenti e delle carenze di organico quasi quanto le persone detenute. Parliamo di chi fa le leggi e di chi le deve applicare, che può e deve fare di più”.
Lettere ai politici - Sulla pagina Facebook di Gianni Alemanno sono pubblicate anche delle lettere indirizzate alle istituzioni. “Oggi ci rivolgiamo a voi, signori presidenti, perché riteniamo che l’unica possibilità di dare una risposta immediata, concreta e adeguata a questa emergenza, sia quella di approvare un provvedimento di legge con il concorso trasversale di forze politiche provenienti da ogni schieramento. Non un indulto o un’amnistia per i quali, non solo sarebbe necessaria una maggioranza qualificata, ma bisognerebbe sfidare un’opinione pubblica giustamente preoccupata dai problemi della sicurezza e della certezza della pena”, scrivono ai presidenti del Senato Ignazio La Russa e della Camera dei Deputati Lorenzo Fontana. “Pensiamo, invece, a quella che è stata definita la “Legge della buona condotta”, ovvero un provvedimento che preveda una “liberazione anticipata speciale” tale da aumentare lo sconto di pena già previsto quando le persone detenute mantengono un comportamento giudicato irreprensibile dagli uffici di sorveglianza”.










