di Sandro Bonvissuto
La Repubblica, 10 gennaio 2023
L’autore di “Dentro” (Einaudi): “Ecco le questioni che attendono una risposta, e ad aspettare è un ente solo che, però, è anche un mondo intero: il penitenziario”.
È pensabile che l’Italia non cambierà mai, quindi anche l’instaurarsi di un nuovo governo, è un evento destinato a transitare in modo innocuo in un Paese dove comunque tutto sembra condannato a restare uguale. Anzi, adesso è più giusto e responsabile dire che le cose cambiano anche qui, però purtroppo in peggio. Per anni la magistratura ha contrastato le malversazioni della politica, finché è diventata un po’ troppo simile a quest’ultima, finendo investita da scandali e corruzione. Perché si sa, come diceva mia nonna, chi va a braccetto con lo zoppo impara a zoppicare. Ciò nonostante, il buon senso che è in noi, e che è la parte sana dell’antropologia italica, ci spinge ad attendere lo stesso le iniziative di questo governo, e di farlo con attenzione e la consueta punta di speranza. Non dico ottimismo, che mi sembra troppo, ma speranza sì.
Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha aperto il proprio mandato ponendo subito il problema carceri, riscaldando i cuori di più di qualcuno, me compreso. Una scelta, nei discorsi all’esordio nel dicastero, né semplice né scontata. Figlia, senz’altro, di un’iniziativa sua personale, perché in quelle circostanze istituzionali avrebbe potuto parlare di qualunque cosa, visto che come ministro si è dato un percorso a dir poco impegnativo: il taglio dei costi del comparto, cercare una nuova credibilità per il sistema legale del Paese, cosa che aiuterebbe a recuperare la fiducia dei mercati, rivedere il ruolo del pubblico ministero per evitare fin dall’inizio iter processuali costosi e soprattutto inutili, responsabilità ai pm per la tutela ed il segreto delle intercettazioni, revisionare l’abuso d’ufficio, verificare il peso delle associazioni di magistrati sul Csm, la legge Severino, che va mantenuta ma adeguata, e via dicendo. Ma l’idea del neo ministro di cominciare dal carcere non è affatto sbagliata. Perché l’unico modo di fare le cose fatte bene, è quello di farle iniziando dal basso. E più in basso del carcere non c’è niente.
Quindi mi permetto di redigere una piccola lista di rilievi a questo proposito, ricordando per l’ennesima volta come il carcere non sia una discarica sociale, e nemmeno il luogo dove si consuma la vendetta dello Stato contro il detenuto, o di qualcuno contro qualcun altro (in proposito consiglio la lettura del saggio del docente americano Philip G. Zimbardo, “L’Effetto Lucifero”, Raffaello Cortina Editore), e rammentare a tutti come è proprio dentro il penitenziario che devono splendere le idee che animano la Costituzione. Perché sia chiaro a tutti che il carcere deve riuscire nel processo di rieducare i soggetti, cosa che non fa e nemmeno ha mai fatto, visto che su dieci detenuti, sette tornano a delinquere. Perché solo spezzando i circuiti violenti e illegali nei quali sono coinvolti singolarmente gli individui internati è possibile ottenere un risultato d’insieme per la società; soltanto salvandone uno alla volta si salveranno tutti. O tanti. Oltre ad essere questo l’unico modo per danneggiare seriamente la malavita, cioè togliendole mano d’opera un uomo dopo l’altro.
Senza dimenticarci che un detenuto su tre ha problemi di dipendenza, e il carcere non è il luogo dove devono stare i tossicodipendenti, perché questi vanno dislocati e trattati nelle strutture della medicina penitenziaria, mentre invece adesso stanno a carico degli operatori negli istituti di pena, e non possiamo sperare che problemi del genere si affrontino con il volontariato di chi lavora in carcere. Compresa la polizia penitenziaria, che spesso risolve problemi di logistica come il ricongiungimento familiare (momentaneo, ma è meglio vedersi per un attimo solo in un cortile che per niente) con la propria iniziativa. E che le persone con disturbi psichici vanno nelle REMS, residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza, ma in Italia sono qualche decina, e ciascuna può ospitare solo qualche decina di pazienti. Che le intercettazioni, i trojan, o altri captatori informatici sono fondamentali per la giustizia, e io non li ridurrei. Per noi, e per tutte le persone come noi, non c’è problema, ci potete intercettare quando vi pare. E che poi per sapere le cose non c’è bisogno di un grande spiegamento di ritrovati tecnici, perché molti pregiudicati, condannati in via definitiva in tutti i gradi di giudizio, stanno sui social. Potete controllare da casa anche voi come faccio io.
Che ogni ministro sistema una figura di sua fiducia al DAP, ma questi responsabili, per un posto economicamente molto prestigioso, non incidono mai a fondo sul destino delle cose penitenziarie. E che invece il ruolo chiave è quello del magistrato di sorveglianza, l’unico con il quale il detenuto ha il diritto di parlare da solo, in un rapporto personale e privato, fondamentale perché arrivino alle orecchie dello Stato le aporie del sistema carcere. Mi risponderete che il ministero è al corrente di tutte queste cose. Certo, me l’immaginavo, ma ripeterle aiuta. Sono solo parte una delle questioni che attendono una risposta, e ad aspettare è un ente solo, che però è anche un mondo intero: il carcere.










