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di Francesco Petrelli*

L’Altravoce, 22 agosto 2025

Dopo che alcuni imputati eccellenti erano stati scarcerati a causa della decorrenza dei termini massimi di custodia cautelare, Roberto Saviano ha scritto che “è uno scandalo che i boss stiano fuori dal carcere”, aggiungendo che è altrettanto scandaloso “che in tre anni di processo non si sia arrivati a sentenza”. Tale scandalo, secondo Saviano, sarebbe dovuto alle non meglio identificate “falle di un sistema normativo confuso”. Credo che sia magari banale, ma evidentemente necessario, ricordare che tutti i sistemi liberali, propri dei paesi democratici, come quello in cui speriamo di vivere, prevedono alcuni fondamentali meccanismi di garanzia, come la prescrizione o la perdita di efficacia delle misure cautelari una volta decorso un certo periodo di tempo, necessaria ad evitare che i cittadini si vedano privati della libertà personale troppo a lungo in attesa di un accertamento definitivo della loro responsabilità.

Ma occorre anche sottolineare che i termini scaduti, per via dei quali si grida allo scandalo, non sono quelli, ben più brevi, di una singola fase processuale, bensì i termini massimi complessivi, che come hanno chiaramente ed inconfutabilmente ricordato tanto la Corte Costituzionale che la Corte suprema di cassazione, non possono mai essere superati. Nulla di “confuso” sotto questo profilo. Quando, dunque, queste garanzie vengono attivate non vi è affatto motivo di scandalo, né ragione di insorgere contro le presunte “falle del sistema”. Si tratta, infatti, di un principio di garanzia (che i nostri vecchi codici inquisitori infatti non prevedevano) assolutamente irrinunciabile, salvo che non si intenda ripristinare un codice autoritario indifferente alla tutela della libertà individuale, contro i nostri stessi principi costituzionali. Ma c’è ancora qualcosa di importante che non è stato detto.

Ed è che i tempi di quel processo che dura da quasi due anni sono stati esclusivamente scanditi da cinquantadue udienze dedicate interamente all’esame dei testi del PM e, dunque, impegnate esclusivamente a dare spazio all’accusa. E tanto poco le difese hanno contribuito allo “scandalo”, che hanno persino deciso di fornire il proprio consenso alla acquisizione dei numerosi interrogatori dei collaboratori di giustizia, rinunciando così al diritto di contro-esaminarli. Passaggi, questi, che sono evidentemente sfuggiti a chi ne ha scritto. Ma ciò che appare ancor più grave è che la responsabilità degli esiti di quel processo viene da Saviano attribuita agli avvocati difensori i quali, secondo l’Autore, “spingono la linea della dissociazione” dei loro assistiti.

Una scelta che, lungi dall’essere apprezzata, viene stigmatizzata come “trappola semantica”: dietro quella scelta abdicativa si sarebbe inteso perseguire la perpetuazione del dominio criminale del clan camorristico. Inaccettabile accusa rivolta nei confronti dei difensori che vengono inammissibilmente additati quali complici dei presunti disegni criminali dei loro assistiti. Insomma, l’applicazione di un condiviso ed indiscutibile dispositivo normativo di garanzia diviene il pretesto per travolgere quel che rimane delle garanzie liberali del nostro codice e dell’immagine pubblica di quei professionisti che ostinatamente le promuove e le difende.

L’elaborazione di teoriche strategie sociali e culturali, oggetto dell’articolo, non ha nulla a che fare con la cultura del processo e tanto meno con le finalità proprie di un sistema penale liberale, volto esclusivamente all’accertamento delle responsabilità individuali. Occorre che le regole del processo restino al riparo da simili elaborazioni sociologiche e dalle pretese ricostruzioni criminologiche, e che la loro rigorosa applicazione non venga opportunisticamente utilizzata in maniera scandalistica solo per affermare il proprio pensiero. Insomma, avventurarsi in tali incauti accostamenti ed in simili inaccettabili accuse significa aprire la strada ai peggiori detrattori del giusto processo.

Si tratta, infatti, di garanzie delle quali usufruiscono, è bene ricordarlo, anche i cittadini più umili, estranei a qualunque organizzazione. Concludere, poi, affermando che “il processo penale italiano è diventato farraginoso e inefficace: strumento per chi ha potere e danaro”, significa aver forse perso di vista la realtà dei fatti, il numero - mai visto in passato - di ergastoli comminati, il numero di imputati e di condannati al 41-bis, le nostre carceri con i reparti dell’alta sicurezza sovraffollati anche essi: poveri e meno poveri, boss facoltosi e presi per sbaglio. Il nostro sistema processuale, sotto questo profilo, non appare né farraginoso, né inefficace”.

È piuttosto da intendersi come una strepitosa macchina repressiva, produttiva non solo di un numero straordinario di ingiuste detenzioni, ma anche di quei terribili guasti che caratterizzano le drammatiche ed inumane condizioni delle nostre carceri, che sono, quelle sì, il vero scandalo del nostro sistema penale.

*Presidente Unione Camere Penali Italiane