di Michele Passione*
Il Dubbio, 28 gennaio 2023
Una replica alle dichiarazioni dell’ex ministro dell’interno su Messina Denaro. Gent. Direttore, ho letto l’articolo a firma dell’ex Ministro Scotti, pubblicato sulla Stampa lo scorso 21 gennaio, che si inserisce nell’ambito del dibattito in corso su quel giornale e che ha già ospitato gli autorevoli interventi di Roberto Saviano, Gaetano Silvestri e Donatella Stasio.
Prendendo le mosse dall’arresto di Messina Denaro l’ex ministro dell’Interno abbozza una riflessione sull’ergastolo ostativo, per poi passare senza soluzione di continuità ad alcune considerazioni sul 41 bis, inducendo confusione nel lettore tra le due modalità di esecuzione della pena. Le parole sono importanti; ritengo quindi doveroso offrire un contributo di chiarezza.
Dei circa 1.800 ergastolani italiani il 70% è ostativo, mentre circa 750 persone sono detenute in regime differenziato di 41 bis. Queste cifre aiutano a capire che non tutti i detenuti sono uguali (ed anzi, ognuno di loro ha una storia diversa anche al momento di scontare la pena).
In breve, se la disciplina in materia di ergastolo ostativo è stata appena riformata per renderla conforme con l’art. 27, comma 3, della Costituzione (ma non esattamente in linea - per usare un eufemismo - con le indicazioni provenienti dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 253/ 2019 e con l’ordinanza n. 97/2021), resta sullo sfondo una malcelata idea della ragion d’essere sottesa sia a questa modalità di esecuzione della pena sia, soprattutto, a quella del 41 bis, che l’onorevole Scotti esprime in questi termini: “ basta che ci dica quelle cose” perché si aprano “ se non le porte del carcere almeno quelle che li separano dal mondo”.
In sostanza, l’ex ministro ci sta dicendo che quel regime ha lo scopo di indurre a collaborare, più che a tagliare i legami con l’esterno. Al di là di ogni valutazione sulla sospensione delle regole trattamentali per effetto del 41 bis (strumento eccezionale, diventato normale), questo regime differenziato dovrebbe servire, appunto, a interrompere i rapporti con le consorterie di appartenenza (non con il resto del mondo, o magari con una specifica radio libera, e solo quella…), e non già a costringere alla delazione e a seppellire dei vivi per decenni qualora non collaborino per i più diversi motivi. In uno Stato costituzionale di diritto questo non è consentito mai. Per mantenere credibilità, se lo Stato oltrepassa il limite dei diritti finisce per sfigurarsi, assumendo il volto di chi vuole combattere. Lo dico da cittadino, prima ancora che da avvocato che da anni si occupa di tortura, anche per il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale.
*Avvocato










