di Luigi Manconi
La Repubblica, 11 ottobre 2023
Si è trattato di una forma di esplicito e dichiarato terrorismo. Non un atto di guerra, bensì una operazione esclusivamente destinata a produrre terrore indiscriminato e ad annientare ogni vita umana. Caro Patrick Zaki, mi rivolgo a te perché la tua personale esperienza dell’ingiustizia e della sopraffazione e la storia della comunità copta cui appartieni ti fanno particolarmente sensibile al dolore del mondo e alle infinite sofferenze di chi lo abita. La tua attenzione è attratta in particolare da quanto accade nella Striscia di Gaza e dalla sorte di coloro che si trovano sottoposti alla controffensiva di Israele e che, prevedibilmente, lo saranno nei prossimi giorni e nelle prossime settimane.
Ricordi, e fai bene a farlo, Aya Al-Najjar, la bambina uccisa dalle forze di occupazione israeliane nella sua casa a est della Striscia di Gaza; e le bombe sull’ambulanza che trasportava palestinesi feriti verso il campo profughi di Jabalya. E, ancora, parli dell’assedio a Gaza e del taglio delle forniture di cibo, acqua, elettricità e carburante annunciato dal ministro della Difesa israeliano. Ovvero ciò che, secondo il diritto internazionale, configura un crimine di guerra.
Condivido il tuo sconforto. Ma resto amaramente sorpreso perché non trovo, nei tuoi messaggi, parole altrettanto forti a proposito di quanto è accaduto poche ore prima in quella stessa martoriata regione. Non ho trovato, cioè, alcuna parola sulle vittime civili del lancio di missili sul territorio di Israele; e non ho trovato, incredibilmente, un sentimento di lutto per “la strage dei ragazzi”: centinaia di giovani uccisi mentre si trovavano al festival musicale Supernova, nel Sud di Israele.
Riflettiamo su questo. Si è trattato di una forma di esplicito e dichiarato terrorismo. Non un atto di guerra, bensì una operazione esclusivamente destinata a produrre terrore indiscriminato e ad annientare ogni vita umana. E nemmeno un atto di terrorismo classico - quello politico o etnico o irredentista del secolo scorso - bensì un’azione interamente ricalcata sul modello jihadista, dove lo sgozzamento diventa un messaggio pubblico per definire la propria identità e per annichilire persona e immagine del nemico. Una manifestazione illimitata e istintuale di violenza fondamentalista dove il bersaglio - giovani liberi, emancipati, cosmopoliti - diventa l’oggetto di una ostilità di natura anche religiosa.
Qui si impone una domanda: che relazione ha tutto ciò con “la causa del popolo palestinese”? Possiamo essere d’accordo, caro Patrick, che non c’è alcuna relazione? E che quella strage è l’espressione di una perversione ideologico-confessionale che non può rivendicare alcuna causa sociale e, tantomeno, alcuna giustificazione morale? Possiamo dire che l’aver fatto di Gaza un campo profughi a cielo aperto non attenua in alcuna misura e nemmeno aiuta a comprendere l’orrore di quella mattanza di ragazzi e ragazze e il sequestro di bambini, donne e vecchi?
Tu hai conosciuto l’ignominia delle carceri egiziane ma non ne sei uscito limitato nel tuo senso di umanità, bensì accresciuto nella tua consapevolezza. Perché mai accettare che la brutale disumanità di chi decapita bambini contamini le cause più giuste?
In altre parole penso che la radice del terrorismo di Hamas risieda, più che nella tragedia del popolo palestinese, nell’infamia del regime teocratico dell’Iran. E dovremmo conoscere abbastanza del mondo e dei suoi orrori per sapere che il male manifestatosi nel “massacro dei ragazzi” non potrà mai essere attenuato o ridimensionato, compensato o risarcito, dal male commesso dagli altri. La nostra capacità di sottrarci a quel male, di non essergli subalterni e tantomeno conniventi, dipende interamente dal fatto di riconoscerne il carattere assoluto e incomparabile. Le cause antiche e prossime, le ragioni geopolitiche e demografiche, la genealogia dei processi storici: tutto ciò è fondamentale per analizzare come si è arrivati alla situazione attuale. Ma tutto ciò non giustifica e non spiega la degenerazione del quadro politico-militare e le reazioni estreme che vi si palesano.
Battersi contro queste non significa ignorare il contesto generale o dimenticare una parte delle vittime. Al contrario: si tratta di intraprendere l’impresa di dividere Hamas dai palestinesi costretti ad affidarsi a quel regime terroristico per cercare scampo alla condizione di oppressione e umiliazione cui li sottopone la politica israeliana degli insediamenti.
È qualcosa di molto difficile, forse impossibile, ma se non si va in quella direzione la sorte dei palestinesi resterà segnata irreparabilmente. Nel tuo messaggio più recente, caro Patrick, scrivi che è necessario “distaccare” la tutela dei diritti dei palestinesi dalle “politiche religiose conservatrici e oscurantiste di Hamas” (magari anche criminali, no?). È proprio questa la posta in gioco. E va sostenuta con la massima chiarezza. È esclusivamente un simile atteggiamento che ci renderà credibili quando di fronte al progredire della controffensiva israeliana e alle sue atrocità alzeremo la voce e diremo, senza infingimenti, quali sono le terribili responsabilità del governo di Benjamin Netanyahu e di quelli precedenti nel determinare questa sciagurata spirale di morte.










