sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Lodovico Poletto

La Stampa, 21 dicembre 2022

Lo scrittore: “Ci sono reati per cui la reclusione è una reazione abnorme penso a un sistema penale minimo, con sanzioni alternative efficaci”.

Il problema è garantire l’equilibrio tra le diverse esigenze. Quelle della sicurezza chieste dalla società, la “difesa sociale”, quelle di chi il carcere lo vive perché al suo interno ci opera. E quelle di chi la detenzione la subisce, in un penitenziario trascorre anni, espia la pena a cui è stato condannato.

Per raggiungere quell’equilibrio la strada c’è. E passa attraverso la ridefinizione di quel che è il diritto penale. Lo dice bene Gianrico Carofiglio, scrittore, ex magistrato, per una legislatura senatore democratico, e da sempre attento al tema della detenzione. Spiega: “Il carcere non deve essere una discarica sociale. Chi subisce una condanna non deve avere la sensazione di essere scaraventato in un luogo in cui le condizioni strutturali possono produrre abusi, oppure episodi di autolesionismo fino al suicidio, come abbiamo visto troppo spesso quest’anno”.

Carofiglio, lei che carcere vorrebbe?

“Un carcere per pochi. Dove si scontano pene lunghe solo per reati molto gravi. Vorrei istituti diversi per chi sta scontando la pena e chi si trova in custodia cautelare, quando cioè non è ancora intervenuta una sentenza definitiva. Ma per raggiungere questo obiettivo si deve passare attraverso una ricostruzione del diritto penale. Perché, è chiaro, ci sono reati per i quali il carcere è una reazione abnorme, che potrebbero e dovrebbero essere sanzionati con pene sostitutive. Da pensare anche in modo creativo, tenendo presente che oltre all’aspetto afflittivo - la punizione per una condotta illecita - deve esserci la componente rieducativa. Per far questo, però, occorrono anche strutture esterne adatte, che spesso oggi sono insufficienti”.

Facciamo un esempio di creatività?

“Mi sembra molto interessante la detenzione domiciliare durante il fine settimana. Per chi? Soggetti non pericolosi e per reati di media gravità. È soltanto un esempio, certo. Ma costringere qualcuno (soprattutto se giovane) a restare in casa per un dato tempo, senza contatti con l’esterno, con blocco del telefono e dell’accesso a internet e dunque ai social: sarebbe una sanzione afflittiva (la pena deve esserlo, anche se in modo civile) ma non criminogena. Consentirebbe una riflessione e una rivisitazione seria della propria condotta e dunque un effetto rieducativo. Questo è solo un esempio, per dare un’idea di come si possa immaginare un sistema di sanzioni a un tempo mite ed efficace. E comunque, in generale, i reati che prevedono il carcere sono troppi”.

Ha voglia di fare l’esempio di una legge per cui la pena detentiva secondo lei è inutile?

“Ci sono decine di migliaia di violazioni punite con la sanzione penale e con il carcere. Questo rende pletorico, assurdo e privo di efficacia il sistema. Nessun ordinamento penale può funzionare con un simile numero di violazioni”.

Perché nel diritto penale la pena detentiva è quasi sempre presente?

“La dilatazione del diritto penale, della sanzione carceraria è una patologia. Che talvolta viene usata con scopi di propaganda politica oppure di controllo sociale”.

Propaganda e controllo: a che cosa sta pensando?

“Quando parlo di propaganda politica penso alla norma sui rave party, soprattutto nella sua prima scrittura, francamente imbarazzante. E parlo di controllo sociale nella sua accezione negativa, pensando a come è composta la popolazione carceraria. Tanti disperati, quasi nessun colletto bianco. In Italia sono in carcere per reati contro la pubblica amministrazione pochissime persone. In Germania centinaia se non di più. Vuol dire che in Germania c’è più corruzione o che in questo sistema c’è qualcosa che non funziona?”.

Quindi il carcere è inutile?

“Niente affatto: io non sono tra quelli che pensano che il carcere vada abolito. Ma credo che pena detentiva debba essere limitata a un numero ridottissimo di casi cercando strumenti alternativi”.

Eppure lei è stato un magistrato, e in carriera ha spedito molte persone in galera. Si è mai pentito di qualche sua scelta?

“Ovviamente, come tutti, ho commesso degli errori anche se ho sempre cercato di pensare a quanto il ricorso al carcere sia una cosa tremenda. So che cosa significa mandare in carcere una persona. Nella maggior parte dei casi era inevitabile ma ho sempre riflettuto molto sull’utilità della pena. Penso ad esempio che il 41 bis sia stato e sia fondamentale per contrastare pericolosissime associazioni criminali. Non deve però diventare una forma di afflizione fine a se stessa”.

E l’ergastolo serve?

“Io credo che sia necessario che la pena, ad un certo punto finisca. Quando il percorso si è compiuto, quando il reinserimento sociale è possibile. Ho visto persone rinchiuse da 25 anni completamente trasformate rispetto al giorno in cui erano entrate. Alcuni li ho incontrati andando a parlare nelle carceri, discutendo con loro. E comunque prima di scegliere la detenzione bisogna pensare, capire anche in modo non convenzionale”.

Cioè?

“Le dico una cosa che sembra una provocazione: il tirocinio di chi lavorerà con la libertà delle persone dovrebbe includere tre giorni di permanenza in una struttura detentiva. Solo tre giorni di vita da detenuto, con i ritmi imposti dalla struttura e dalle sue regole. Dopo sarebbe meno probabile un uso disattento - a volte capita ancora, pur essendo la nostra magistratura molto sensibile alla cultura dei diritti - delle misure cautelari”.

Vede sistemi penitenziari migliori del nostro?

Io credo che l’Italia abbia un sistema molto avanzato: in molti Paesi non ci sono, ad esempio, i giudici di sorveglianza, che svolgono un lavoro fondamentale per la tutela dei diritti”.

E allora cosa c’è che non va?

“Come diceva Cesare Beccaria, la pena non deve essere tremenda, ma deve essere probabile. Un sistema penale minimo, con sanzioni diversificate, carceri non affollate e dunque meno pericolose per chi è ristretto e per chi ci lavora. Non è un obiettivo impossibile ed è una frontiera di civiltà”.