di Alberto Infelise
La Stampa, 14 maggio 2026
Gianrico Carofiglio di fatto inaugura questa edizione del Salone del libro stamattina, alle 10.30, incontrando all’Arena Bookstock i ragazzi delle scuole medie per discutere di potere, libertà e cittadinanza partendo dal suo nuovo libro Accendere i fuochi. Il tema del Salone è “Il mondo salvato dai ragazzini” e il suo libro è perfetto per l’occasione. Un proverbio yiddish dice: “Quando l’uomo fa progetti, Dio ride”.
Quanto è appassionante scommettere sui ragazzi? “Il proverbio mi piace moltissimo - l’ho anche citato in un libro qualche anno fa - perché coglie una profonda, fondamentale verità: il futuro è radicalmente imprevedibile. Scommettere sulle ragazze e sui ragazzi non significa prevedere o addirittura progettare come diventeranno, significa creare condizioni perché possano stare al mondo con curiosità e coraggio. Il fuoco del titolo del mio libro è questo: non una garanzia, ma un innesco. Qualcosa che, una volta acceso, non puoi più controllare del tutto. E questa perdita di controllo è la parte più bella”.
Lotta e gentilezza ricordano il titolo che Paco Ignacio Taibo diede alla sua biografia di Che Guevara. Come si mettono insieme?
“L’errore più comune è pensare che siano in tensione. La gentilezza di cui parlo non è compiacenza. È una sofisticata strategia di gestione del conflitto, la capacità di restare umani anche mentre si combatte, di riconoscere l’altro anche in un disaccordo profondo. La cultura dominante ci ha insegnato a confondere la forza con la durezza. Ma la durezza è rigidità, e la rigidità si spezza. La gentilezza come atto deliberato e flessibile - scegliere di ascoltare prima di rispondere - è una forma di intelligenza e spesso l’arma più efficace”.
È importante aiutare i ragazzi a gestire i conflitti, a vederli come una sfida e non come una porta che si chiude?
“Il conflitto ha una pessima reputazione, come l’errore. Eppure, entrambi sono risorse. Il conflitto gestito con strumenti adeguati è la forma più alta di dialogo. Insegnare ai ragazzi a stare nel disaccordo senza doverlo risolvere subito, a tollerare la tensione senza fuggire o aggredire - è forse la competenza più sottovalutata dell’educazione”.
Per molti anni si è detto che era importante semplificare. Ma forse si è semplificato troppo. I ragazzi vanno aiutati a riscoprire la complessità?
“La semplificazione è seducente perché allevia l’ansia. Metti un’etichetta, fai un’affermazione categorica, e l’inquietudine si attenua. Ma è un sollievo illusorio. La categoricità è uno dei sintomi della mediocrità pare abbia detto Confucio, e io trovo questa frase liberatoria. I ragazzi tollerano la complessità meglio di quanto credono tanti adulti, ma raramente gliela proponiamo in modo onesto: tendiamo a dare loro il mondo già digerito, privandoli dello strumento più prezioso: la capacità di fare domande”.
La digitalizzazione ha portato molte persone a chiudersi in un mondo sempre più piccolo. È necessario tornare ad aprirsi?
“Il libro comincia da una storia vera: una professoressa chiede ai ragazzi di scrivere in forma anonima una frase che avrebbero sempre voluto dire. Tra le risposte, due parole: “vorrei esistere”. È lì il problema, non nella tecnologia. I social offrono pseudo visibilità ma non presenza: essere visti da mille persone che scorrono un’immagine è l’opposto di essere guardati da qualcuno che si prende il tempo di conoscerti. Simone Weil scriveva che il bisogno più profondo dell’animo umano è essere guardato con attenzione. Non elogiato, non giudicato - guardato”.
Il motto di don Milani era “I care”. È ancora valido?
“Don Milani è uno dei riferimenti più vivi del libro, e non per nostalgia. Non si può insegnare a obbedire senza insegnare a pensare, e se si insegna davvero a pensare bisogna accettare il dissenso. “I care” è la premessa di ogni atto civile e, diceva don Milani, è il contrario del motto fascista “me ne frego”. Prendersi cura significa accorgersi di qualcuno, e il primo atto di ogni cambiamento è questo: accorgersi”.
Che significato ha la parola scritta nella formazione dei giovani?
“Nel libro racconto di un tassista che da adulto ha scoperto i libri durante un corso per la balbuzie. Ha continuato a leggere e dice: “Non riesco nemmeno a ricordarmi come passavo le giornate, prima”. I libri ampliano il perimetro del mondo, ci permettono di abitare vite diverse dalla nostra, di scoprire che quello che proviamo in silenzio altri lo hanno provato e trovato le parole per dirlo. Dare un nome a qualcosa è il primo passo per affrontarla”.
Lei che ragazzo è stato?
“Irrequieto, spaventato e curioso. Molto lettore: mi sentivo più a mio agio nei libri che fuori. Le relazioni richiedevano una negoziazione continua con il mondo reale che la narrativa generosamente sospendeva. Poi a poco a poco ho imparato a parlare, a stare con gli altri”.
Quanto hanno contato i libri nella sua formazione?
“Moltissimo, in modi che ho capito solo dopo. Mi hanno dato un vocabolario emotivo prima di darmelo concettuale. Mi hanno insegnato che le cose complesse si possono raccontare senza semplificarle. E mi hanno convinto che il punto di vista degli altri - anche di chi è lontanissimo da te - è una delle chiavi per capire - per cercare di capire - il mondo”.
E l’educazione di tutti i giorni, in famiglia e a scuola?
“Ho avuto la fortuna di avere una maestra - una suora - intelligentissima, sensibile e moderna, di crescere in una famiglia in cui fare domande era incoraggiato e soprattutto in cui l’elemento fondamentale del paesaggio domestico erano i libri”.
C’è qualcosa che vorrebbe dire al ragazzo di allora?
“Che sbagliare non è una catastrofe. Che il giudizio degli altri non deve paralizzarci. Che l’incertezza non è un difetto del carattere ma una premessa per comprendere meglio. E che non essere mai del tutto pronti è la condizione normale - non un ostacolo, ma il punto di partenza permanente”.
Come le sembrano i ragazzi di oggi?
“Molto meglio di come vengono descritti. Più consapevoli, più attenti alle ingiustizie, meno disposti a dare le cose per scontate di come vengono banalmente dipinti. Hanno problemi seri: fra questi la pressione della performance, la solitudine digitale, un’ansia che spesso non sanno nominare. Ma quando qualcuno si prende il tempo di guardarli senza stereotipi, di fare loro domande vere, emerge quasi sempre una sorprendente capacità di pensiero, un desiderio di senso, una fame di autenticità che molti adulti hanno perduto o nascosto sotto il cinismo”.









