di Stefano Folli
La Repubblica, 27 giugno 2025
Prosegue tra qualche ostacolo e ovvie polemiche il sentiero parlamentare della legge costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati. Pubblici ministeri e giudici dovranno percorrere due strade diverse e non saranno più intercambiabili. Gli ostacoli dipendono più che altro dalla scarsa presenza in aula dei parlamentari di maggioranza, da cui deriva talvolta la mancanza del numero legale. Di qui l’accelerazione delle procedure annunciata dal presidente del Senato. Verrebbe da dire che una delle principali riforme del centrodestra, tale da poter definire da sola quasi il senso e il bilancio della legislatura, meriterebbe una partecipazione più convinta e un iter più rispettoso delle prerogative del Parlamento.
E questa è responsabilità della destra di governo. Quanto all’opposizione, mantiene il suo “no” e non potrebbe essere altrimenti, giunti a questo punto. Tuttavia non tutti usano lo stesso metro. C’è chi è rimasto fermo all’invettiva: la legge è pessima in quanto esprime lo stesso spirito di sopraffazione che fu di Licio Gelli e della sua loggia P2 o di Berlusconi, non a caso affiliato allo stesso ramo degenerato della massoneria. Poi ci sono altri argomenti, più ragionevoli. Il gruppo di Renzi e ancor più quello di Calenda, non sono ostili alla riforma in via pregiudiziale.
Magari sono dubbiosi verso alcuni aspetti del testo, ma non lo considerano alla stregua dell’apocalisse, semmai vedono i difetti dell’iniziativa legislativa per come è stata concepita e strutturata. Soprattutto giudicano inaccettabile che il dibattito sia stato strozzato, come sostiene Italia Viva. La riforma si avvia a essere approvata - ma siamo ancora a metà strada - probabilmente senza alcuna correzione parlamentare.
Un precedente poco opportuno che di sicuro non testimonia della vitalità del Parlamento. Ma questo è inevitabile che accada quando il testo offerto all’opposizione è di fatto bloccato. Chi ha chiesto qualche emendamento, ad esempio circa il sistema del sorteggio integrale per i membri degli organi di autocontrollo, non ha ottenuto alcuna soddisfazione. Il governo teme che la sinistra voglia far rientrare dalla finestra la logica delle correnti, un tema a cui una parte della magistratura resta affezionata. Tuttavia ci sono altri aspetti da considerare.
Il “no” del centrosinistra alla riforma della giustizia era atteso; un po’ meno era prevedibile che anche stavolta la potenziale coalizione si scollasse. Non per una diversità di giudizio nel merito della legge costituzionale. Ma per il tono, per l’asprezza della polemica. Il divario tra Pd e 5S si misura anche in queste circostanze. Il diniego del Pd è netto, ma nel complesso contenuto all’interno di una cornice parlamentare.
I 5S hanno invece colto l’occasione per ritrovare tutti i vecchi spunti contro le malefatte della “casta”, desiderosa di tagliare le unghie ai magistrati per chiuder loro la bocca e garantirsi l’impunità. È ovvio che il partito di Conte ha voluto ancora una volta mostrarsi più radicale e determinato del Pd, così da mandare un preciso messaggio alle procure: siamo noi i vostri veri difensori, a prescindere da qualsiasi tendenza corporativa. E ai rivali di via del Nazareno: state attenti che siamo pronti a scavalcarvi su ogni terreno, dalla giustizia alle spese militari. Tradotto: non riconosciamo alcuna leadership del Pd, almeno allo stato delle cose.











