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di Valentina Stella

Il Dubbio, 31 gennaio 2026

A sette settimane dal referendum, politica e giustizia invocano la ricostruzione di un “patto di fiducia”. Seppur con toni pacati, quasi a voler sottoscrivere una sorta di tregua, il tema che più ha riecheggiato, nelle posizioni contrapposte, durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario svoltasi nell’Aula Magna della Cassazione è stato quello della riforma costituzionale della separazione delle carriere. Mancano sette settimane all’appuntamento plebiscitario. Tutti - forse consapevoli che dopo il voto del 22 e 23 marzo occorrerà raccogliere le macerie di uno scontro ormai asprissimo tra politica, magistratura e avvocatura - hanno voluto auspicare coralmente l’abbassamento dei toni, il dialogo, la ricostruzione di un patto di fiducia tra istituzioni e cittadini. Grande (quasi) assente il tema del carcere.

Insieme al presidente della Repubblica e del Csm, Sergio Mattarella, un importante parterre ad assistere alle relazioni: i vertici di Camera e Senato, Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa, il presidente della Consulta, Giovanni Amoroso, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano. Ma anche il Segretario dell’Anm, Rocco Maruotti. Ad aprire gli interventi il Primo presidente di Piazza Cavour Pasquale D’Ascola che dopo aver elencato i risultati raggiunti, ad esempio sull’arretrato, ha richiamato ad un “rispetto reciproco e fattiva collaborazione tra le istituzioni, che permetta lo sviluppo di un dialogo pacato e razionale sul futuro della Giustizia”. E ha aggiunto, con evidente richiamo alla norma che verrà sottoposta al gradimento dei cittadini: “La preoccupazione della magistratura è quindi volta a garantire che resti effettiva l’indipendenza e l’autonomia della giurisdizione come caposaldo del sistema costituzionale”.

Solo D’Ascola e il presidente del Cnf Francesco Greco hanno evocato la “piaga dei suicidi in carcere”, per usare le parole del primo presidente. Il quale ha ricordato come sia la condizione dei reclusi sia “le vecchie e nuove povertà crescenti nella popolazione” conducano “al cospetto del più irrinunciabile dei diritti fondamentali della persona, la dignità, che viene offesa insopportabilmente nel cittadino privato iniquamente del lavoro, nell’indigente abbandonato, nel detenuto maltrattato, talora nel sofferente giunto a fine vita”.

Sul senso della riforma, il ministro della Giustizia Carlo Nordio, pur auspicando un dibattito che “si mantenga nei limiti della razionalità, della pacatezza e della continenza”, è stato molto duro nel ribadire “con fermezza” di ritenere “blasfemo sostenere che questa riforma tenda a minare l’indipendenza della magistratura, un principio non negoziabile”. Il vice presidente del Csm Fabio Pinelli ha messo in guardia dalla “delegittimazione reciproca” che “indebolisce le istituzioni, e rompe il patto di fiducia tra esse e i cittadini”, i quali, “disorientati”, possono chiedersi “se debbano o possano ancora fidarsi di chi decide, a vario titolo, delle loro sorti, sia con l’introduzione di nuove norme, anche di rango costituzionale, sia con l’applicazione e l’interpretazione del diritto, nell’esercizio della giurisdizione”. È un rischio che va, secondo il vertice di Palazzo Bachelet, “responsabilmente e con il contributo di tutti, decisamente scongiurato”.

Anche il pg della Cassazione Pietro Gaeta si è soffermato sui rapporti fra toghe e politica: “Lo scontro, perché come tale presentato agli occhi dei cittadini, tra giudici e politica ha raggiunto livelli inaccettabili per un Paese che si vuole tradizionalmente culla del liberalismo giuridico”. Dunque, come ha affermato il presidente del Cnf Greco, “con spirito collaborativo proponiamo alla magistratura un patto per la giustizia, che impegni entrambi nella ricerca delle soluzioni per affrontare i problemi che ben conosciamo”.

Riguardo al settore disciplinare - tema che pure incrocia la riforma, considerata la previsione di un’Alta Corte a cui sarà trasferito il potere di giudicare i magistrati, ora affidato al Csm - nella relazione del pg Gaeta leggiamo: “Nel 2025 sono stati celebrati avanti al Csm 118 procedimenti disciplinari”, di cui “35 definiti 35 con sentenza di condanna e 31 con decisioni assolutorie”. Sono state “14 le sentenze e 38 le ordinanze di non luogo a procedere, che”, ha ricordato il procuratore generale, spesso “sottendono l’uscita del magistrato dall’ordine giudiziario” al fine di “evitare la condanna disciplinare”. Fra le 35 condanne, si contano un ammonimento, 19 censure, 7 perdite di anzianità, 4 sospensioni e “addirittura si sono avute 4 rimozioni”. La relazione specifica poi che “gran parte delle fattispecie” riguarda “ipotesi di ritardata scarcerazione”.

Sul tema, non rinuncia alla polemica il deputato di Forza Italia Enrico Costa, severo nel rileggere i numeri: “Dal 2023 al 2025 il Csm ha preso 276 decisioni disciplinari nei confronti dei magistrati: solo il 26,8% sono state condanne (21,6% nel 2023, 26,7% nel 2024, 29,7% nel 2025). Il 73,2% sono sentenze di assoluzione, di non doversi procedere o ordinanze di non luogo a procedere. Inoltre il pg della Cassazione nel 2025 ha ricevuto 1.582 segnalazioni di illeciti disciplinari. Ne ha archiviati il 96,5%. Solo nel 2,5% dei casi ha avviato l’azione disciplinare”.