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di Vladimiro Zagrebelsky

 

La Stampa, 16 dicembre 2019

 

I commenti alla elezione di Marta Cartabia a presidente della Corte costituzionale hanno prevedibilmente e giustamente sottolineato il fatto nuovo - la prima volta - della presidenza di una donna. Tuttavia la professoressa Cartabia non è stata eletta perché donna o nonostante sia donna.

Le ragioni della sua elezione vanno cercate nel prestigio che le qualità sue e del suo lavoro le hanno assicurato tra i colleghi giudici della Corte. Si comprende allora che vi siano stati anche commenti che si sono concentrati sul suo profilo professionale e personale. Quei commenti meritano a loro volta di essere commentati.

È stata richiamata l'alta qualità del suo profilo di giurista, costituzionalista di impronta internazionale, caratterizzata per il continuo impegno nello studio dei diritti umani, capace di mobilitare attorno a sé l'interesse di molti studiosi della materia. E quindi, naturalmente, con forte carattere europeo. Accanto a ciò che riguarda la sua professionalità, alcuni commenti si sono addentrati sul piano personale, indicando che la nuova presidente è cattolica. E noto infatti il suo appartenere al mondo cattolico e il suo condividere il complesso di valori che in quell'ambito di manifestano.

Non è priva di interesse l'attenzione che è stata data a questo elemento, che si potrebbe pensare appartenga solo al privato della persona. Ogni giudice è ovviamente portatore di idee, partecipa a gruppi e comunità che si ritrovano attorno a valori, giudizi, programmi, speranze relative alla cosa pubblica. L'idea del giudice neutro, vuoto di idee è fuori della realtà. Ed è pericolosa perché nasconde la verità. Una verità non negativa, ma anzi capace di arricchire il confronto di idee attorno a questioni così cariche di rinvii a valori sociali ed etici, come sono quelle che spesso affrontano i giudici. I giudici ordinari come i giudici costituzionali.

Con un limite ovvio, che ogni posizione culturale, politica, religiosa sia-accompagnata da quella tolleranza per le opinioni diverse, che consente di mantenere e rendere vive società pluraliste come quella italiana e quelle europee. Per i giudici poi opera sempre il metodo giuridico dell'argomentare e motivare le soluzioni che essi adottano o propongono ai colleghi del collegio giudicante.

Vi sono regole e limiti che sono propri del ragionamento giuridico nel trattare le leggi scritte e i precedenti. Quelle regole e quei limiti fanno sì che le sentenze si distinguano da ogni altra decisione che sia assunta dai poteri pubblici. Esclusi dunque gli estremismi, i settarismi ideologici, per natura loro intolleranti, la varietà di posizioni è un dato che merita apprezzamento non solo nella società, ma anche tra i giudici.

Ed anzi, quando si tratta dei diritti e delle libertà delle persone, hanno particolare pregio le posizioni minoritarie. Poiché, in materia, sono le minoranze ad avere particolare bisogno di tutela. Della nuova presidente della Corte costituzionale è stata anche indicata la netta impronta europeista che emerge dai suoi studi. Si tratta di un carattere naturale, in un Paese da oltre mezzo secolo membro dell'Unione europea e da millenni artefice della cultura e della storia d'Europa. Quando si tratta dei diritti e delle libertà, un dato significativo della (irreversibile) unità europea è l'irrilevanza delle frontiere statali. Le opinioni che si confrontano su tanti temi, spesso molto sensibili, non hanno un carattere nazionale.

Ho avuto la possibilità di constatarlo alla Corte europea dei diritti umani, ove tra un giudice e l'altro emergono sintonie e comuni sentire, che riflettono appartenenze culturali che poco o nulla derivano dalla nazionalità del giudice. Il lavoro che i giudici svolgono nella camera di consiglio serve a confrontare e armonizzare le opinioni diverse.

Così giudici laici di inclinazione illuminista o cattolici, cristiani riformati o ortodossi, ecc., espressione tutti di importanti elementi della storia e della attualità europea, si parlano e lavorano insieme. E nel dialogo, con tolleranza e reciproco rispetto, superano deleteri conflitti. Alla luce della sua apertura europea, quasi si volesse però suggerirne una posizione di parte, l'aver segnalato l'orientamento cattolico non restringe quindi il respiro culturale della presidente. Si tratta di uno dei fondamentali filoni della storia d'Europa, che, insieme agli altri, la rende ricca e speciale.