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di Andrea Siravo

La Stampa, 15 marzo 2022

La ministra è intervenuta all’incontro “La giustizia riparativa e la formazione della magistratura” promosso dall’Università Cattolica di Milano. “Per quanto severe le pene non danno mai soddisfazione. E questo ce lo ha ricordato Gemma Calabresi quando nel suo libro a fronte dell’estradizione dalla Francia dei protagonisti degli Anni di Piombo dice di aver avvertito un senso di giustizia ma che allo stesso tempo il pensiero che queste persone vecchie e malate finiscano in carcere non le ha dato soddisfazione”.

È l’esempio portato dalla ministra Marta Cartabia nel suo intervento al convegno “La giustizia riparativa e la formazione della magistratura” promosso dall’Università Cattolica di Milano. Un incontro durante il quale sono stati presentati risultati finali del progetto di ricerca “Re-Justice. Sustainable training in a challenging field” avviato nel 2019 in quattro Paesi - Belgio, Italia, Grecia, Spagna - e finanziato dal Programma Giustizia dell’Unione Europea.

“La domanda di giustizia lascia sempre inquieti” ed è caratterizzata da “una perpetua volontà di dare a ciascuno il suo. Ma alla fine “i conti non tornano mai” perché “di fronte al mistero del male e del dolore, la sentenza e la giustizia ordinaria lasciano sempre un senso di insoddisfazione”. E quindi la risposta più adeguata “all’esigenza inestinguibile” di giustizia può arrivare da quella riparativa. Una strada da percorrere, che va introdotta nella giustizia ordinaria seguendo “un piano di complementarietà e trasversale, con modalità da esplorare”.

Un cambio di paradigma al cui centro c’è l’incontro di tutti i soggetti, dall’aggressore alla vittima, insieme a un mediatore. Un aspetto che vale per tutti i tipi di conflitto. Da quello micro a quello macro come la Guerra in Ucraina. “Siamo alla ricerca disperata anche nel conflitto a cui stiamo assistendo di un mediatore perché abbiamo sempre bisogno di un soggetto terzo che ci permetta di avvicinarsi. In questo momento la ricerca di un mediatore è il punto più difficile e decisivo”.

Per un buon esito però serve una “terzietà” non equidistante ma che “invita all’avvicinamento. Questa credo che sia la sfida culturale più impressionante”, cioè “chiamare a raccolta, a disponibilità, a sedersi a un tavolo comune. È la rottura della reattività”. Di fronte all’ingiustizia “la reazione è sempre un po’ vendicativa nel suo primo esprimersi, perché a una provocazione viene di reagire e rispondere a legnate con legnate”.

Il miglior modo di insegnare il significato della giustizia riparativa è quello di ascoltare le storie di chi l’ha sperimentata. “La prima cosa che può aprire davvero una reale curiosità e una voglia di comprendere è venire a conoscenza delle storie delle testimonianze”. E in questo scenario che la ministra sollecita tutti gli operatori della giustizia di far conoscere i dati e le statistiche dei risultati della giustizia riparativa. “Dati spesso controintuitivi, che vanno raccolti e fatti conoscere, come vanno fatte conoscere le storie e le esperienze, dalle quali emerge che ciò che nella nostra logica è diviso e contrapposto, nella esperienza è unito”, ha precisato.

Infine, facendo riferimento anche alla riforma della giustizia, da alcuni mesi in discussione dentro e fuori dal Parlamento, la ministra ha detto che “tutte le proposte che sono state fatte sul terreno della riforma della giustizia, sono state oggetto di divisioni, polemiche e critiche. La giustizia riparativa non ha incontrato resistenze fino a oggi e possiamo leggere questo dato in vari modi. Io non sono particolarmente ottimista su eventuali momenti di tensione che potrebbero verificarsi quando andremo a chiedere le risorse per l’attuazione, ma siamo in una fase in cui non si è già incancrenito il dibattito, come avvenuto per altro. È il momento giusto per intervenire perché il dibattito è scevro da pregiudizi”.