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di Liana Milella e Lavinia Rivara


La Repubblica, 31 luglio 2021

 

La ministra della Giustizia risponde alle domande della redazione di Repubblica. E dice: "La nostra legge non produce nessuna zona di impunità. La prima forma di impunità sono i processi che non finiscono mai". Racconta la Guardasigilli: "Ho temuto che saltasse tutto quando ho visto la politica ignorare il merito per restare prigioniera delle bandiere".

Dopo l'accordo sul filo della crisi della riforma del processo Penale, la ministra della Giustizia Marta Cartabia, ospite di un forum nella nostra redazione, racconta le ore in cui tutto è stato a un passo dal saltare, difende le ragioni e lo spirito della sua legge ribaltando sugli avversari l'accusa di impunità, confessa lo smarrimento di fronte a una politica prigioniera delle sue bandiere e non del merito delle nuove norme, rivendica una giustizia e un diritto penale miti, dove i tempi del giusto processo sono certi, dove le sanzioni alternative e la giustizia riparativa si allargano perché "nella Costituzione c'è scritto pena, non carcere". Lo fa rispondendo per oltre un'ora alle domande che le vengono rivolte con determinazione ed eleganza. Confessando che nelle ore più difficili di questo passaggio si è rifugiata nella lettura di un saggio su Leopardi, scoprendo che il campione del Pessimismo cosmico, in realtà si nutriva di illusione, della convinzione che il corso delle cose possa essere diverso da quello che si immagina.

 

Ministra Cartabia benvenuta a Repubblica. Perché questa riforma è importante per i cittadini, per le famiglie, per le imprese?

"È una riforma importante a vari livelli. Innanzitutto, perché si muove nella direzione di attuare principi costituzionali come la ragionevole durata del processo. L'eccessiva durata dei processi è un problema del nostro Paese che dobbiamo risolvere. Lo esige la Costituzione e lo esigono principi europei. Ma soprattutto lo dobbiamo ai nostri cittadini, che patiscono i danni di una giustizia lenta. L'obiettivo di questa riforma è arrivare a sentenze definitive in tempi rapidi. Dopo un reato, è fondamentale garantire l'accertamento pieno dei fatti e delle responsabilità. E questo deve avvenire nei tempi giusti. C'è poi anche una ragione contingente: questa riforma è un impegno preso con l'Europa come condizione per ricevere i finanziamenti del Recovery fund".

 

Giovedì c'è stato un momento in cui lei ha temuto che saltasse tutto, anche il governo? Oppure è stato un gioco delle parti?

"Non è stato un gioco delle parti. È stata una giornata molto complessa dal punto di vista politico, e il timore che si arrivasse in fondo senza l'accordo di tutti c'è stato in vari momenti. E questo non solo ieri, ma anche nelle settimane precedenti. Quella di ieri è stata la punta dell'iceberg di mesi di incontri, confronti, dialoghi, aggiustamenti e di un lungo, tenace e paziente lavoro di mediazione. Sicuramente la tensione era altissima, su un tema su cui - lo sappiamo - tutte le forze politiche hanno convinzioni radicate e punti da difendere molto forti. La posta in gioco era molta alta, e questo si avvertiva in ogni richiesta di modifica, anche di una virgola: la partita politica si preoccupava delle proprie bandiere, ignorando i contenuti della legge".

 

Nell'ultima fase della trattativa c'è stato un protagonismo di M5S su un tema delicato come quello dei reati di mafia. La loro richiesta era strumentale o rispecchiava un'esigenza di giustizia?

"Come ho detto poco fa, l'obiettivo della riforma è far arrivare a conclusione nel merito ogni - e ribadisco ogni - processo. Quanto ai reati per mafia, già nella prima bozza approvata l'8 luglio, c'era un'attenzione particolare. Questo perché nel nostro ordinamento ci sono regole dedicate per i reati gravi. Non a caso si parla di "doppio binario". Quindi è stato del tutto naturale prevedere da subito regole diverse. L'improcedibilità, ad esempio, era già esclusa per i reati puniti con l'ergastolo. I processi di mafia sono trattati con priorità anche per la presenza di imputati detenuti. Se poi si considerano i dati di durata media dei processi nelle Corti d'Appello possiamo dire che il pericolo di mandare in fumo, come si suol dire, i processi di mafia non c'è mai stato. In ogni caso, a fronte di preoccupazioni manifestate da più parti, abbiamo previsto una norma transitoria, per l'entrata in vigore con tempi più lunghi e abbiamo introdotto un nuovo sistema: proroghe rinnovabili, ma sempre motivate e sempre impugnabili in Cassazione. Stiamo attenti, non si tratta di processi senza limite, ma proroghe rinnovabili solo con un'ordinanza motivata. Il giudice cioè si assume la responsabilità di dire che ha bisogno di più tempo".

 

Una parte della magistratura ha criticato la sua riforma. Ma non ci sono stati prima degli incontri, in cui erano emersi i punti critici?

"Io ho anzitutto incontrato le forze politiche, perché è noto che la nostra riforma va a innestarsi sul ddl Bonafede ereditato dal governo precedente. In seguito, c'è stato il lavoro della commissione di esperti presieduta da Giorgio Lattanzi, grandissimo magistrato penalista, presidente della Corte Costituzionale; con lui c'era anche Ernesto Lupo, già presidente della Corte di Cassazione. Inoltre, la Commissione era composta da magistrati, avvocati, professori. Hanno ascoltato tutti i principali attori, a cominciare dalla magistratura. Sulla base delle loro conclusioni e delle mie convinzioni, mi sono confrontata ancora con le parti politiche. Certo il confronto c'è stato prima ed è continuato. Non solo abbiamo ascoltato da subito i magistrati, ma abbiamo continuato a farlo anche dopo, e io non ho avuto alcuna difficoltà ad accogliere i loro suggerimenti, tant'è che ora il presidente dell'Anm dice che parte delle loro preoccupazioni si sono un po' allentate. Si è giunti qui per via del contesto politico che conosciamo. Io stessa ho dovuto accettare questa formula mista di prescrizione, per cercare una strada praticabile nel contesto dato. Mi sono convinta però che questa scelta possa funzionare bene nel concreto".