di Liana Milella
La Repubblica, 29 aprile 2021
La ministra della Giustizia: "Un atto di fiducia importante per le istituzioni italiane. La svolta? L'incontro con Dupont-Moretti e il dialogo tra Draghi e Macron". Secondo la Guardasigilli "Parigi ha riparato a una ferita aperta da 40 anni. Il perdono? Nel mio piano di riforme ci sarà spazio per la giustizia riparativa".
"Non sete di vendetta, che non mi anima e spero non animi nessuno in questo Paese, ma sete di chiarezza e di reale possibilità di riconciliazione". Ma a partire da un punto fermo: "Non ci può essere riconciliazione senza verità". La Guardasigilli Marta Cartabia, in una giornata storica per lei in via Arenula, spiega a Repubblica come si è giunti alla cattura dei brigatisti e qual è il senso politico e giuridico degli arresti che rispondono a un fondamentale principio: "Dopo ferite particolarmente dolorose è necessario riconoscere ciò che è accaduto, come direbbe Paul Ricoeur, attraverso una parola di giustizia".
Lei ha definito subito come una "pagina storica" l'arresto dei terroristi in Francia. Perché?
"Per la prima volta, la richiesta italiana di estradizione è stata riportata nell'alveo corretto dell'amministrazione della giustizia. Ossia, dopo quasi 40 anni, la Francia ha compreso appieno quale ferita abbia subito l'Italia negli anni di piombo e per la prima volta ha rimosso gli ostacoli politici, legati alla dottrina Mitterand, trasmettendo le domande di estradizione alle autorità giudiziarie, affinché la giustizia segua il proprio corso".
E ora che succede?
"Gli arresti sono funzionali a evitare il pericolo di fuga. Ora i giudici valuteranno la convalida e l'opportunità di misure cautelari. Poi inizieranno i procedimenti per valutare caso per caso la sussistenza dei presupposti per la concessione dell'estradizione. Come sempre in queste procedure, l'ultima parola è dell'autorità politica".
È il segno di un nuovo ruolo dell'Italia in Europa e nei rapporti con gli altri Paesi?
"Di sicuro è un momento di forte collaborazione bilaterale tra due Paesi da sempre amici. La Francia, con questo passo storico, conferma la sua fiducia verso le istituzioni italiane e prende atto della correttezza delle procedure giudiziarie seguite, fino alle condanne definitive per i reati, commessi negli anni di piombo".
Il suo predecessore Bonafede, che fa i complimenti a lei e a ministero su Fb, parla di un "lavoro lunghissimo" condotto anche da lui nel massimo riserbo. Ma com'è maturata, solo ora, la svolta?
"Oggi si è scritto il capitolo conclusivo di una lunga storia, che affonda le sue radici negli anni '80-'90, ripresa in quelli successivi con differenti livelli di attenzione e a fasi alterne, dal nostro Paese. Le prime richieste di estradizione risalgono alla fine della stagione degli anni di piombo; poi, dopo una lunga quiescenza, il tema si è riproposto nel 2002 e più recentemente, a partire dal gennaio 2020 con il ministro Bonafede, subito dopo la vicenda di Cesare Battisti".
E quale è stato il suo ruolo?
"Per quanto mi riguarda, ho avuto la chiara percezione che fossimo a una svolta l'8 aprile scorso, durante il colloquio con il ministro Dupond-Moretti, che ha mostrato molta sensibilità per le ferite ancora aperte nella storia italiana di quegli anni. Ha espresso una chiara determinazione a volersi impegnare in prima persona per chiudere questo capitolo".
Quali argomenti ha usato per convincerlo a sbloccare la situazione?
"Abbiamo premuto sul fattore tempo, a fronte del rischio di ulteriori imminenti prescrizioni. Abbiamo ricordato la legittima richiesta di giustizia dei familiari delle vittime, ma abbiamo anche voluto, una volta per tutte, chiarire il doppio equivoco che negli anni aveva ostacolato la decisione politica di Parigi: stiamo parlando di persone, che non sono state processate per le loro idee politiche, ma per le violenze commesse. E l'Italia li ha processati nel pieno rispetto delle garanzie difensive previste dalla Costituzione e dal nostro ordinamento. Dopo il mio colloquio col ministro, l'interlocuzione tra Italia e Francia è proseguita tra Draghi e Macron".
E i francesi hanno capito che la dottrina Mitterrand andava archiviata definitivamente?
"Dupond-Moretti ha tenuto a sottolineare che la dottrina Mitterand "non doveva coprire chi avesse le mani sporche di sangue", per citare proprio una sua dichiarazione di ieri, a margine del consiglio dei ministri".
Ha influito l'avvicinarsi della prescrizione per alcuni arrestati?
"Come ho già accennato, il ministro francese era ben consapevole dei termini di prescrizione per ogni posizione, il primo dei quali sarebbe scattato il 10 maggio".
Molte voci, tra cui Erri De Luca, Sergio Segio, l'avvocato di Battisti e alcuni intellettuali francesi hanno manifestato perplessità, se non delusione. Questi arresti non contraddicono le posizioni a favore della giustizia riparativa?
"Al contrario. È fondamentale non permettere che una pagina così lacerante della storia italiana resti irrisolta, non chiarita. Qualunque processo di riconciliazione personale e sociale, individuale e storica, dopo ferite particolarmente dolorose, non può non partire dal riconoscimento di ciò che è accaduto, in forma pubblica e - come direbbe Ricoeur - attraverso "una parola di giustizia". Non a caso, il primo e più clamoroso esempio di riconciliazione è quello del Sud Africa: dopo l'Apartheid è stata costituita una commissione denominata "verità e riconciliazione". La seconda non può realizzarsi a prescindere dalla prima".
In questi casi perché non può prevalere il perdono? Quello di cui hanno parlato, in lunghi colloqui, i familiari delle vittime e i brigatisti? È un filo rosso che si dipana in molte reazioni agli arresti di oggi...
"La sua domanda mi sembra far riferimento agli importantissimi percorsi di giustizia riparativa, che in Italia hanno coinvolto tra l'altro proprio alcuni protagonisti della lotta armata e i familiari delle vittime. Questo cammino ha preso avvio dal desiderio di tutti i soggetti coinvolti di non permettere che le loro vite "cadessero per sempre nella rimozione, nella negazione o nel rancore, ma si aprissero a una presa di coscienza, a una ricerca della verità e di responsabilità costruttivamente intese, per uscire dalle memorie congelate e fissate sul dolore inferto e subito". Sto citando parole tratte da "Il Libro dell'incontro", una lettura per me illuminante, che raccoglie le testimonianze di un percorso di giustizia riparativa, che considero la forma più alta di giustizia, a cui può tendere un ordinamento".
Lei è una costituzionalista illuminata, che ha pronunciato sempre parole importanti sul carcere. Ma crimini così gravi, come gli omicidi, comportano che la pena debba essere scontata dentro le mura per tanti anni?
"Le risponderei con l'altra parte della frase di Ricoeur, che ho già citato e che mi è molto cara: "Occorre una parola di giustizia". E poi prosegue: "Un'altra storia inizia qui". Per me significa che occorre sempre partire da un accertamento chiaro dei fatti e delle responsabilità, "Una parola di giustizia" appunto; poi, nella fase dell'esecuzione, "inizia un'altra storia": spetta alle autorità giudiziarie valutare le modalità con cui la pena dovrà essere espiata. In sintesi, per essere chiara: la nostra volontà di riproporre la richiesta delle estradizioni non risponde nel modo più assoluto a una sete di vendetta, che non mi anima e spero non animi nessuno in questo Paese, ma ad una sete di chiarezza e di reale possibilità di riconciliazione".











