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di Marika Ikonomu

Il Domani, 11 agosto 2025

Tra i fondatori dell’ong Mediterranea Saving Humans, presto nel Mediterraneo con la seconda nave. Il fondatore è stato spiato e rinviato a giudizio. “Siamo una minaccia. Monitoriamo i rapporti tra persone come Almasri e il nostro paese”. Un rinvio a giudizio per favoreggiamento dell’immigrazione irregolare, lo spionaggio da parte dei servizi, i continui fermi amministrativi alle navi delle ong e l’assegnazione di porti lontani. “Da quando siamo nati siamo sottoposti a una guerra continua da parte dei governi, di qualsiasi orientamento politico”, spiega Luca Casarini, fondatore di Mediterranea Saving Humans.

“Per Meloni e Salvini c’è in più un tema elettorale”, quella che secondo lui è un’ossessione per la deterrenza: “Il mare deve essere un deterrente. E la morte è un deterrente. Per questo non ci devono essere tanti soccorsi”. Ora Mediterranea è in partenza con una seconda nave. Il raddoppio, per Casarini, è la migliore risposta al rinvio a giudizio.

A quando la partenza?

A breve, stiamo ultimando tutte le certificazioni e lavorando al training per l’equipaggio. È una nuova nave che si aggiunge alla flotta civile. Si chiamerà “Mediterranea” ed è molto più grande rispetto alla Mare Jonio, che opera da sette anni il soccorso civile in mare. Come diceva il subcomandante Marcos (leader zapatista delle Ezln, ndr) noi siamo un esercito che ha come obiettivo quello di sciogliersi. Un’impostazione che Mediterranea ha nel suo Dna. Non ci si può abituare alla pratica umanitaria come routine e al nostro mare come fossa comune. Il vero obiettivo è il cambiamento delle politiche alla base di questa tragedia che dura da più di dieci anni: la guerra contro le persone in movimento. Nel mondo sono 122 milioni, secondo l’Onu.

Qual è oggi la politica migratoria europea e italiana?

Il tentativo è di trasformare il Mediterraneo in un confine. Per farlo bisogna omettere il soccorso, fare tabula rasa dei sistemi di aiuto, e respingere. Con insufficienza di mezzi, o propensione al non intervento in situazioni di naufragio: le persone muoiono o vengono prese dalla guardia costiera libica o dalla guardia nazionale tunisina, trasformate a suon di milioni di euro in polizia di frontiera. Noi interveniamo sull’omissione di soccorso in mare, obbedendo alle convenzioni internazionali, inserendoci nel conflitto tra sovranità degli stati e diritto internazionale. I morti in mare non sono dovuti agli incidenti, ma al respingimento come unica politica, in tutto il percorso migratorio. Basti pensare alle deportazioni nel deserto in Tunisia, anche con i soldi europei. La premier Meloni è stata recentemente in Turchia, Libia e Tunisia. In queste visite nessuno ha mai parlato di diritti umani. Questa è la politica estera italiana di respingimento.

L’Italia ha riportato in Libia il torturatore Almasri, permettendogli di sfuggire al processo della Corte penale internazionale. Dai documenti del tribunale dei ministri sono emersi i ricatti a cui è sottoposta l’Italia. Con chi tratta il nostro paese?

I nostri servizi segreti dell’Aise hanno definito quella con la milizia Rada di Almasri “una collaborazione molto proficua”. È una milizia che vive di traffico di armi, droga, petrolio di contrabbando, di ricatti per la protezione dell’aeroporto internazionale di Mitiga. Almasri e Al-Buti, ricercato dalla Cpi e arrestato in Germania, sono criminali. Per capire la gravità di queste dichiarazioni: è come se un esponente di governo dicesse di avere una proficua collaborazione con Totò Riina. Nella collaborazione di cui parla l’Aise ci sono i lager libici, centri in cui si pratica stupro sistematico, tortura, uccisioni di massa, vendita di schiavi. Come fanno i servizi a non saperlo? Si può definire complicità o “solo” interesse di stato? In Libia l’Italia sostiene un sistema di orrore, questo ha fatto e sta facendo. E il governo ha aiutato una persona accusata dello stupro di un bambino perché serve a impedire che donne, uomini e minori possano chiedere asilo in Italia. Questa è la “proficua collaborazione”.

Cosa fa Almasri da quando è tornato in Libia?

Almasri cerca di stare in vita. Perché in Libia un meccanismo per evitare il processo è ammazzare gli imputati. Bija e Al Kikli sono stati uccisi. Rimane protetto dalla Rada, la cui funzione istituzionale è stata ridimensionata ma non interdetta.

In Germania invece Al-Buti è stato arrestato...

E non è nemmeno una personalità come Almasri. Se Al-Buti viene estradato, succede quello che sarebbe successo se il governo italiano non avesse favorito la fuga di Almasri. La Cpi può incardinare un processo da cui può emergere il vero significato di questa proficua collaborazione. Il mondo deve sapere.

Siete stati intercettati per anni. Perché siete considerati una minaccia alla sicurezza nazionale?

Mediterranea è nata nel 2018, io e altri siamo stati spiati fin da marzo 2019, considerati subito minaccia per la sicurezza nazionale. Siamo piuttosto una minaccia alla politica del governo. Una politica molto violenta, se consideriamo che ogni anno i morti in mare accertati sono 2/3mila, a cui si aggiungono i naufragi fantasma. Uno dei motivi dello spionaggio è che facciamo un lavoro di ricerca sui rapporti tra questi assassini libici e l’Italia. Sappiamo la pericolosità di queste persone. L’Italia ha costruito con loro una relazione, permettendo impunità. Nei nostri telefoni si cercano nomi e cognomi dei potenziali testimoni delle torture, perché l’Italia ha paura del processo all’Aia. La destra ha fatto saltare la nostra audizione al Parlamento Ue, perché si vuole insabbiare tutto. È stato il sottosegretario Alfredo Mantovano ad autorizzare l’uso dello spyware Graphite, aprendo un altro capitolo molto più pesante, a 20 giorni dal mio ingresso al Sinodo. Forse l’obiettivo non ero solo io.