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di Andrea Galli

Corriere della Sera, 15 giugno 2025

Attesa in aula per gli uomini storici delle Brigate rosse. Il processo sulla sparatoria che costò la vita a Margherita Cagol e al maresciallo Giovanni D’Alfonso. Da Maraschi a Bonisoli, le domande dei magistrati. Le testimonianze dei residenti e i giovani del dancing ancora senza identità: l’agitazione dei “vecchi” della colonna genovese. Dei tre brigatisti di sicuro presenti nella cascina Spiotta il 5 giugno 1975, una fu uccisa nello scontro a fuoco con i carabinieri (la trentina Margherita “Mara” Cagol, moglie del capo delle Brigate Rosse Renato Curcio.

Cagol, 30 anni, morì come morì il maresciallo Giovanni D’Alfonso, abruzzese, papà di tre bambini); un secondo terrorista, soltanto di recente, addirittura a cinquant’anni di distanza da quei fatti in località Arzello, una frazione del piccolo paese Melazzo, in provincia di Alessandria, bellissimi luoghi, di gran pace, valli e torrenti, ha ammesso d’esserci stato (Lauro Azzolini, 81 anni d’età); un terzo brigatista, il lodigiano Massimo Maraschi, 72 anni, avrebbe dovuto raggiungere la cascina, e quindi i compagni Cagol e Azzolini, dopo il sequestro, il giorno prima (il 4 giugno) dell’imprenditore del vino Vittorio Vallarino Gancia.

Maraschi commise però un errore dietro l’altro, finì catturato, sempre dai carabinieri, e si dichiarò prigioniero politico, il che non evitò comunque al commando dei terroristi - terroristi ora alla sbarra in Corte d’Assise ad Alessandria - di completare il rapimento trasferendo Vallarino Gancia proprio alla Spiotta.

Facoltà di non rispondere - Martedì 17 giugno 2025 nella nuova udienza del processo sui misteri che da allora permangono, a cominciare da chi assassinò D’Alfonso, è messo in calendario, a disposizione dei magistrati, l’arrivo sia di Maraschi sia di un altro vecchio brigatista, Franco Bonisoli, 70 anni, già membro della direzione strategica e del comitato esecutivo delle Brigate Rosse, originario della provincia di Reggio Emilia come Azzolini. In una precedente circostanza, interrogato dai carabinieri del Ros di Torino che hanno condotto le indagini coordinati dai pm Emilio Gatti e Ciro Santoriello, Maraschi si era avvalso della facoltà di non rispondere.

Adesso egli parlerà, magari sulla spinta della scelta di Azzolini, che in aula, con una certa sorpresa degli astanti, ha reso dichiarazioni nient’affatto scontate? E nel caso, sempre Maraschi, che cosa potrebbe decidere di rivelare?

Le fonti di prova - D’altra parte, se vogliamo ascoltare Guido Salvini, già storico giudice istruttore, specialista anche delle stagioni giudiziarie degli estremismi di destra come di sinistra, in fase di commento al termine dell’intervento di Azzolini, “ora ci sono molti dettagli sulla morte della Cagol, ma su quello che successe prima, ovvero su chi ha sparato a D’Alfonso, si sorvola”.

Salvini, in questo processo, è difensore di parte civile (i figli del maresciallo, che quando venne assassinato aveva 35 anni) insieme agli avvocati Nicola Brigida e Sergio Favretto, il quale ha registrato un elemento quantomeno oggettivo: “Non dimentichiamo che le ammissioni di Azzolini arrivano dopo prove inconfutabili come le impronte digitali e le intercettazioni”.

Qui il riferimento è all’impianto dell’accusa che ha miscelato accertamenti classici, tradizionali, al portentoso contributo della tecnologia maneggiata dagli esperti del Ris dei carabinieri, il Reparto investigazioni scientifiche.

Dopodiché, adesso introduciamo Mario Moretti, 79 anni, uno dei componenti del nucleo storico delle Brigate Rosse, a capo dell’organizzazione del sequestro e dell’uccisione di Aldo Moro, in regime di semilibertà già dal lontano 1997. Il 1997, una vita fa.

La reale lista dei presenti - Ebbene, come si legge nelle carte giudiziarie dell’inchiesta sulla cascina Spiotta, nel libro-intervista dal titolo “Brigate Rosse. Una storia italiana” Moretti rispondeva alle domande delle note giornaliste Carla Mosca e Rossana Rossanda: “Chiedevano le due giornaliste “Come muore Margherita? Come mai lei e un altro erano soli a custodire l’ostaggio, senza che qualcuno sorvegliasse gli accessi alla cascina?” e Moretti rispondeva sulle cause che portavano al fallimento del sequestro tra cui il “... pasticcio...” di un compagno del gruppo di appoggio, riferendosi quindi a Maraschi Massimo. Moretti testualmente citava nella sua risposta “... Margherita ci avvertì subito e valutammo la cosa assieme. Ma lei era certa che la polizia non potesse fare alcun collegamento fra le macchine e non sarebbe arrivata alla cascina Spiotta; si sentiva sicura”. Moretti, con le sue parole, confermava che nel casolare erano rimasti soltanto due custodi del sequestrato sebbene ne fossero previsti tre (Maraschi) e che Margherita Cagol si sentiva sicura e certa che i carabinieri non potevano associare la cascina Spiotta al rapimento di Vallarino Gancia”. Ma davvero oltre a Cagol, Azzolini e, nei piani, Maraschi nessun altro - nessuno - stava quel giorno come i giorni precedenti in quella maledetta cascina?

Per la cronaca, la struttura è, diciamo, rinata, grazie all’acquisto da parte di una coppia di cittadini stranieri del Nord Europa, che hanno riqualificato l’immobile, e vi trascorrono molto tempo durante l’anno ospitando amici per piacevoli soggiorni.

Ma proseguiamo. Bisogna chiarire, è stato detto, le modalità dell’omicidio del carabiniere D’Alfonso. Dall’altra parte, con richiesta ovviamente legittima, bisognerebbe al contempo accertare, prima o poi, anche come venne uccisa Margherita Cagol.

In quel suo intervento in aula, al processo, Azzolini ha resocontato quanto segue. Ascoltiamolo di nuovo: “Mara e io avremmo dovuto controllare a turno l’unico viottolo d’accesso alla cascina ma d’improvviso sentimmo dei colpi forti alla porta e guardando dalla finestra ci accorgemmo della presenza di un carabiniere. A entrambi ci cadde il mondo addosso e ci prese il panico (…) Si decise di usare le due piccole SRCM (le bombe, ndr), quelle considerate di addestramento, lanciate senza mira alcuna avrebbero prodotto una esplosione tale da disorientare gli stessi CC (i carabinieri, ndr), e così avere lo spazio necessario per aprirci la fuga verso le nostre auto che erano appena fuori (…) Ma tutto precipitò (…) La carreggiata era sbarrata dall’auto dei CC, io e Mara ci urtammo finendo la corsa sotto il tiro di un altro carabiniere che era spuntato all’improvviso (…) Mara era già sul prato, notai che sanguinava da un braccio, le chiesi se era ferita (…) Mi misi a correre verso il bosco convinto che Mara mi avrebbe seguito. Raggiunto il bosco mi accorsi che lei non c’era. L’ultima immagine che ho di Mara, che non dimenticherò mai, è di lei ancora viva che si era arresa con entrambe le braccia alzate, disarmata, e urlava di non sparare… Ho continuato a correre senza guardarmi indietro fino a raggiungere una zona distante”.

Sul giornale clandestino - Davide Steccanella è l’avvocato difensore di Azzolini. In una intervista esclusiva al quotidiano il Giornale, gli è stata posta questa osservazione: “Le impronte, secondo gli ultimi rilievi dei carabinieri del Ris, appartengono a Mario Lupo, uno degli alias adoperati proprio da Lauro Azzolini in quel periodo”.

Replica di Steccanella: “Si tratta di un documento che, come ha già affermato lo stesso Curcio, ha girato per tutte le colonne delle Brigate Rosse, interessate a comprendere le circostanze in cui è stata uccisa la cofondatrice dell’organizzazione armata, Margherita Cagol. Non è un documento privato dato dal brigatista fuggitivo al marito Curcio per vedovanza, è un documento che tutte le Brigate Rosse hanno letto e pure pubblicato su un giornale clandestino. Quindi su quel foglio che come dice lo stesso Curcio ha girato le varie brigate possano comparire impronte di ex brigatisti mi sembra più normale”.

E ancora, all’interrogativo “La sentenza a carico di Azzolini è andata perduta nell’alluvione di Alessandria. Quindi, come afferma anche lei, la gip l’ha revocata senza leggerla?”, il legale ha così commentato: “Si tratta di una situazione surreale, che in tanti anni di carriera non mi era mai capitata. Si è revocata una sentenza di merito, pronunciata in nome del popolo italiano, senza neanche averla letta. Sono allibito. Io ho fatto ricorso in Cassazione, che dovrà dire se nel nostro Paese è possibile a distanza di quasi 50 anni cancellare la sentenza di proscioglimento di un cittadino senza neppure averla letta. Peraltro non sembrerebbe essere perduta solo la sentenza, ma l’intero fascicolo dell’istruttoria ai tempi fatta dal giudice istruttore quindi anche con le eventuali prove favorevoli all’imputato che era stato assolto. Non si capisce quindi se si vorrebbe fare oggi secondo processo che l’imputato dovrebbe affrontare solo con la nuova prova d’accusa, perché quelle a sé favorevoli si sono perse insieme alla sentenza. Mi sembra una situazione paradossale, io non posso che fare il mio mestiere, cioè chiedere alla Suprema Corte di valutare se questo è possibile, non solo dal punto di vista giuridico ma anche del buon senso”.

La colonna genovese - Un (ulteriore) esercizio doveroso è quello di risentire le testimonianze dei residenti con dimora intorno alla Spiotta. Una settantenne all’epoca era addetta a manovrare il passaggio a livello del treno in una zona a meno di un chilometro dalla cascina.

Risentita dai carabinieri del Ros, questa donna ha raccontato di quattro giovani tra i 25 e i 28 anni incontrati in un dancing a Vallerana, una frazione di Alice Bel Colle, sempre in provincia di Alessandria, a venti minuti di macchina da Arzello. Lei era in compagnia di una cugina e del suo fidanzato; con quei quattro sconosciuti “non ci siamo formalmente presentati ma per circa un’ora abbiamo scambiato quattro chiacchiere. Ci dissero soltanto che erano di Genova”. Questo avveniva “di domenica nel mese di aprile”.

Il mese di aprile prima del maggio e del giugno 1975, quello della sparatoria. Si congedarono, la donna tornò ad Arzello e “all’altezza della stradina che porta alla cascina Spiotta giunse un’autovettura (…) A bordo c’erano i quattro ragazzi (…) Non ci degnarono di un saluto e io commentai con mia cugina la loro maleducazione”. Non erano affatto cattive maniere: non volevano rimanere impressi a gente del posto.

Attentati e omicidi: la colonna genovese delle Brigate Rosse è stata centrale nella campagna di attacco allo Stato democratico. Fra gli uomini che vi hanno militato, figure famose del mondo accademico ligure, grandi pensatori, grandi teste. E anche personaggi abili a galleggiare, a immergersi, a riemergere, a star lì, a osservare, ascoltare.

Personaggi all’apparenza privi di ruoli di comando - Arrivati fin qui, andando in conclusione, veicoliamo una percezione, assunta attraverso certi interventi sui social network, certe telefonate che ci hanno riportato, una specie di tentativo di far controinformazione: fra quelli delle Brigate Rosse - galassia assai ampia, caratterizzata ancora, a detta degli esperti dell’argomento, da più d’un cono d’ombra - nulla come le ipotesi su altri brigatisti presenti alla cascina Spiotta e, nel caso, legati alla colonna genovese, genera turbamento. Addirittura preoccupazione. Perché? Non si sa. Per ora. I patriarchi delle BR ci regaleranno mai qualche informazione inedita? Che cosa temono? E che cosa teme qualcuno in Liguria al cui riguardo delle voci - voci, sì, soltanto voci, quindi dal peso relativo, certo, ci mancherebbe il contrario - ci dicono vivere nella totale agitazione da quand’è iniziato il processo? Sta come un pazzo, aggiungono.