sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Salvatore Saggiomo

artestv.it, 1 ottobre 2026

Ci sono incarichi che si ricevono. E poi ci sono incarichi che si conquistano sul campo. Quello affidato a Claudia Cavallo appartiene alla seconda categoria. Non arriva alla funzione di Garante comunale delle persone private della libertà personale dopo una carriera consumata dietro una scrivania. Arriva dopo anni di battaglie, incontri, denunce, ascolto, presenza. Dopo aver frequentato quel confine sottile nel quale i diritti diventano fragili e una persona rischia di essere ridotta soltanto al proprio errore, alla propria condizione, alla propria etichetta.

A Massa di Somma quella storia personale e professionale diventa adesso una responsabilità istituzionale. Il Comune ha scelto Claudia Cavallo, criminologa e giurista, fondatrice e presidente dell’Associazione Movimento Nazionale Libertas e dell’Osservatorio Penitenziario, affidandole un compito delicatissimo: essere una figura autonoma di garanzia per le persone private della libertà personale. È una nomina che pesa. Perché dietro la parola “Garante” ci sono celle, corridoi, infermerie, colloqui, famiglie, agenti, educatori, psicologi, medici, magistrati, amministratori. Ci sono persone che aspettano risposte.

E ci sono problemi che troppo spesso restano sospesi in quella terra di nessuno dove tutti conoscono la difficoltà, ma nessuno sembra avere la possibilità di risolverla. Cavallo quel mondo lo conosce. E soprattutto lo frequenta da anni. La sua storia professionale si intreccia con il mondo penitenziario e con la tutela dei diritti umani. Ma c’è un altro tratto che la caratterizza e che racconta forse più di qualunque curriculum la sua idea di impegno: l’attenzione agli ultimi non si ferma davanti alle sbarre di un carcere. La sua sensibilità comprende anche la tutela degli animali. Una battaglia apparentemente diversa, ma che nella sua visione appartiene allo stesso universo: quello della dignità, della protezione dei più vulnerabili, della responsabilità di una comunità nei confronti di chi non ha voce o fatica a farsi ascoltare. È questa la cifra di Claudia Cavallo.

Non soltanto norme. Non soltanto carte. Non soltanto protocolli. Persone. E adesso quella sensibilità entra ufficialmente dentro un’istituzione. Il percorso che ha portato alla nomina ha seguito l’iter amministrativo previsto: la Commissione competente ha esaminato le candidature e formulato la propria proposta; il Consiglio comunale ha deliberato sulla nomina e, successivamente, il sindaco di Massa di Somma, Gioacchino Madonna, ha formalizzato l’incarico attraverso il decreto di nomina.

Un percorso istituzionale nel quale ha avuto un ruolo anche l’assessore alle Politiche Sociali, Vincenzo Ciriello, che ha promosso e sostenuto l’iniziativa. Ed è proprio qui che la vicenda assume un significato politico-amministrativo più ampio. Perché Massa di Somma decide di riportare dentro il perimetro della propria comunità una figura che troppo spesso viene considerata soltanto quando esplode un’emergenza. Il Garante non dovrebbe essere chiamato quando il problema è già diventato una crisi.

Dovrebbe esserci prima. Quando una difficoltà può ancora essere affrontata. Quando una segnalazione può evitare che una situazione degeneri. Quando una persona chiede di essere ascoltata e non ha più nessuno a cui rivolgersi. Cavallo parte da qui. E mette subito le carte sul tavolo. “Il mio non sarà un lavoro di semplice ispezione”. È una frase che racconta una scelta precisa. Il Garante, nella sua visione, non deve limitarsi a entrare in un istituto, osservare e compilare una relazione. Deve capire. Deve ascoltare. Deve mettere in relazione soggetti diversi. Deve individuare le criticità. Deve cercare la soluzione.

È il metodo della presenza. Della porta aperta. Del confronto. Ma anche, quando serve, della fermezza. Perché la tutela dei diritti non può essere soltanto una parola elegante pronunciata durante un convegno. Deve diventare una pratica quotidiana. Significa occuparsi delle condizioni di detenzione. Della salute. Della salute mentale. Dell’assistenza sanitaria. Dei percorsi trattamentali. Dell’istruzione. Della formazione. Del lavoro. Dei rapporti con le famiglie. Del reinserimento sociale. Significa guardare anche a ciò che accade quando la porta del carcere si chiude. E soprattutto a ciò che accade quando quella porta si riapre.

Perché il carcere non è un pianeta separato. Dentro quelle mura ci sono persone che hanno commesso reati e devono rispondere davanti alla legge. Ma ci sono anche persone che conservano diritti fondamentali che la privazione della libertà non cancella. È il principio dal quale Cavallo intende partire. Un principio che non fa sconti. E che non chiede scorciatoie. Ma c’è un altro elemento destinato a caratterizzare il suo mandato: lo sguardo non sarà rivolto esclusivamente alle persone detenute residenti a Massa di Somma.

“La libertà personale non si ferma ai confini amministrativi di un Comune”. È questa una delle affermazioni più forti della nuova Garante. Perché il sistema penitenziario campano è una rete. Le persone vengono trasferite. Le famiglie percorrono chilometri per un colloquio. Un detenuto può trovarsi lontano dal proprio Comune di residenza. Un problema può nascere a decine o centinaia di chilometri dalla propria casa. Ed è proprio in questa distanza che spesso si annida il rischio dell’isolamento. Cavallo annuncia quindi la volontà di mantenere uno sguardo ampio sulla realtà penitenziaria regionale, nel rispetto delle competenze e in raccordo con gli altri organismi di garanzia. Non una sovrapposizione.

Non una guerra di competenze. Ma una rete. Visitare gli istituti. Ascoltare. Raccogliere segnalazioni. Interloquire con chi ha responsabilità. Portare i problemi davanti ai soggetti competenti. È una linea che potrebbe trasformare il ruolo da figura prevalentemente formale a presidio concreto di ascolto. Ma attenzione. Perché Claudia Cavallo mette nello stesso campo anche chi il carcere lo vive dall’altra parte della porta della cella. Gli agenti della Polizia Penitenziaria. Qui il suo messaggio diventa ancora più netto.

“Non guarderò al carcere soltanto dalla parte di chi è detenuto”. Non è una frase di circostanza. È una dichiarazione di metodo. La sicurezza degli istituti passa anche dalla dignità di chi vi lavora. Gli agenti sono chiamati ogni giorno a garantire ordine e sicurezza in ambienti complessi. Vivono tensioni. Gestiscono emergenze. Entrano nelle sezioni quando gli altri escono. Conoscono direttamente la fatica di un sistema che spesso mette a dura prova chi vi opera. E Cavallo non intende trasformare la tutela dei detenuti in una contrapposizione con la Polizia Penitenziaria. Al contrario. “I diritti riguardano la persona, non la categoria”.

È forse la frase che meglio riassume la filosofia del nuovo incarico. Un detenuto è una persona. Un agente è una persona. Un medico è una persona. Un educatore è una persona. Una madre che aspetta un colloquio è una persona. Un familiare che attraversa una regione per vedere il proprio figlio è una persona. E perfino chi è chiamato a custodire, controllare e garantire la sicurezza non può essere considerato soltanto attraverso la divisa che indossa.

È qui che il discorso diventa più grande del carcere. Diventa un discorso sulla dignità. Sulla capacità delle istituzioni di non perdere di vista l’essere umano proprio nei luoghi nei quali l’umanità rischia di essere schiacciata dalla burocrazia. Cavallo vuole costruire rapporti con le direzioni degli istituti, con il personale di Polizia Penitenziaria, con gli educatori, gli assistenti sociali, gli psicologi, i sanitari, i magistrati di sorveglianza, l’Amministrazione Penitenziaria, il volontariato. Tutti tasselli dello stesso mosaico. Perché nessun Garante può risolvere da solo la complessità penitenziaria. Ma può fare una cosa fondamentale. Può accendere una luce.

Può dire che quel problema esiste. Può impedire che una segnalazione venga dimenticata. Può mettere attorno allo stesso tavolo persone che normalmente non si parlano. E quando una soluzione non arriva, può continuare a chiedere. Insistere. Tornare. Verificare. Questa è la parte meno spettacolare del lavoro. Ma forse è quella più importante. Perché la tutela dei diritti raramente produce titoli quando funziona. Produce invece risultati silenziosi. Una visita sanitaria che arriva. Un documento che viene sbloccato. Un colloquio familiare che viene garantito.

Una situazione di disagio che viene presa in carico. Una persona che ricomincia a sentirsi considerata una persona. È su questo terreno che la nuova Garante vuole misurarsi. E qui ritorna un altro tema centrale: il dopo carcere. Perché il vero banco di prova non è soltanto quello che accade durante la detenzione. È quello che accade dopo. Una persona esce. E trova cosa? Un lavoro? Una casa? Una famiglia? Un percorso? Oppure torna esattamente nel punto dal quale era partita? La domanda è brutale. Ma è quella che bisogna avere il coraggio di porre. “Il reinserimento non è un favore concesso al detenuto: è un investimento sulla sicurezza della collettività”. Parole che spostano il dibattito. Perché parlare di reinserimento significa parlare anche di sicurezza. Significa comprendere che una società sicura non è soltanto quella che custodisce chi ha commesso un reato. È anche quella che prova a evitare che il reato diventi una porta girevole. Formazione. Lavoro. Istruzione. Relazioni. Responsabilità.

Sono gli strumenti attraverso i quali la pena può assumere quella funzione rieducativa prevista dalla Costituzione. Ma Claudia Cavallo non arriva a questo incarico soltanto con una competenza tecnica. Arriva con una storia di sensibilità. Ed è qui che il suo impegno per gli animali diventa tutt’altro che un dettaglio biografico. Chi conosce il suo percorso sa che la tutela degli animali è stata per lei parte di una più ampia cultura del rispetto. Anche qui il principio è quello dell’attenzione verso chi non ha strumenti sufficienti per difendersi. Una sensibilità che porta con sé una convinzione semplice e difficile allo stesso tempo: il grado di civiltà di una comunità si misura anche da come tratta i più fragili. Gli esseri umani. Gli animali. Le persone dimenticate.

Quelle che non hanno voce. Quelle che non riescono a trasformare una sofferenza in una richiesta istituzionale. È questo il tratto che rende particolare il profilo della nuova Garante. Non una figura distante. Non una burocrate della tutela. Ma una professionista che ha scelto di stare dentro le questioni. Di metterci la faccia. Di frequentare i luoghi dove i problemi esistono davvero. E adesso dovrà farlo con un peso istituzionale diverso. Perché un conto è denunciare una criticità. Un altro è avere una responsabilità di garanzia.

La nomina comporta autonomia, equilibrio e capacità di confronto. Significa sapere ascoltare anche quando le versioni sono opposte. Significa non trasformare ogni segnalazione in una condanna. Significa distinguere un disservizio da un abuso, una difficoltà organizzativa da una violazione, una richiesta legittima da una pretesa. E significa, soprattutto, non perdere mai la capacità di verificare. È questa la sfida. E forse è proprio qui che la storia di Claudia Cavallo diventa interessante. Perché il ruolo di Garante non è un megafono. È una lente.

Deve ingrandire ciò che rischia di non essere visto. Ma deve anche essere precisa. Deve separare i fatti dalle percezioni. Le responsabilità dalle accuse. Le emergenze dalle polemiche. Il dolore dalla strumentalizzazione del dolore. È un lavoro difficile. E per questo richiede sensibilità e fermezza insieme. Massa di Somma ha scelto di scommettere su questa impostazione. E la scelta porta con sé anche una responsabilità politica per l’amministrazione comunale. Perché istituire o rilanciare una figura di garanzia significa accettare che qualcuno possa rivolgere domande alle istituzioni. Anche domande scomode. Soprattutto domande scomode. 

Il Garante deve poter dialogare con l’amministrazione quando le cose funzionano. Ma deve poter segnalare quando qualcosa non funziona. Senza diventare un avversario. Senza diventare un portavoce. Autonomia. Questa sarà una delle parole decisive del mandato. L’altra sarà ascolto. La terza, probabilmente, sarà presenza. Perché chi vive una situazione di privazione della libertà non ha bisogno soltanto di sapere che esiste un Garante. Ha bisogno di sapere che quel Garante può essere raggiunto. E che dall’altra parte qualcuno ascolta davvero. Cavallo lo dice chiaramente: entrerà nella funzione “con rispetto per le istituzioni, autonomia di giudizio e la determinazione necessaria per ascoltare tutti”. Detenuti. Agenti. Famiglie. Operatori. Professionisti. Istituzioni. Nessuno escluso. È una dichiarazione di intenti.

Ora dovrà diventare pratica quotidiana. E sarà questo il vero giudizio sul suo mandato: non il clamore della nomina, non il titolo di prima Garante comunale delle persone private della libertà personale nella storia della Campania, non le fotografie ufficiali. Saranno le porte aperte. Le visite. Le segnalazioni affrontate. I problemi risolti. Quelli ancora aperti. Le relazioni costruite. Le risposte ottenute. Il rapporto con chi lavora negli istituti. Il rapporto con chi vi è ristretto. E soprattutto la capacità di non dimenticare nessuno quando i riflettori si spengono. C’è una frase che può diventare la sintesi di questa nuova stagione.

“La sicurezza non può esistere senza diritti. E i diritti non hanno una divisa: appartengono alla persona”. Non è uno slogan leggero. È un programma di lavoro. E Massa di Somma, con la nomina di Claudia Cavallo, ha scelto di trasformarlo in una funzione istituzionale. Adesso comincia la parte più difficile. Quella senza comunicati. Senza inaugurazioni. Senza fotografie. Quella dei corridoi. Delle telefonate. Delle segnalazioni. Delle visite. Delle porte che si aprono e di quelle che, qualche volta, restano chiuse. La nuova Garante dovrà attraversarle entrambe. Con la stessa sensibilità con cui, negli anni, ha scelto di occuparsi dei diritti umani e della tutela degli animali. Con la stessa attenzione verso chi non ha voce. Ma con una responsabilità nuova. Quella di rappresentare una funzione pubblica. Perché il carcere non è fuori dalla società.

È dentro la società. E ogni volta che una persona privata della libertà viene dimenticata, una parte della comunità smette di guardare. A Massa di Somma, almeno questa volta, qualcuno ha deciso di accendere la luce. E dietro quella luce c’è una donna che da anni ha scelto di stare dalla parte più difficile: quella dell’ascolto, della dignità e dei diritti. Ora dovrà dimostrare, giorno dopo giorno, che una figura di garanzia può essere molto più di un titolo. Può diventare una presenza. E una presenza, quando è davvero autonoma e credibile, può fare rumore anche senza urlare.