di Marcello Sorgi
La Stampa, 5 agosto 2025
È uno di quei casi in cui la toppa potrebbe rivelarsi peggiore del buco. E cioè: già era stata singolare l’incriminazione della premier Meloni, dei due ministri dell’Interno Piantedosi e della Giustizia Nordio, e del sottosegretario Mantovano, delegato al controllo dei servizi segreti, per un’operazione che - certamente discutibile come quella della liberazione del torturatore Almasri, malgrado il mandato di cattura emesso nei suoi confronti dalla Corte penale internazionale - era stata messa in pratica nell’ambito dell’attività degli stessi servizi. Un “lavoro sporco” come quelli che di tanto in tanto i governi sono costretti a coprire. E vengono pertanto protetti dal segreto di Stato, che invece, erroneamente, in quest’occasione non fu messo. Ma ora il Tribunale dei ministri, un collegio di tre magistrati sorteggiati per questo delicato incarico, decide di scagionare la presidente del Consiglio - con la motivazione che non risulta un suo preciso coinvolgimento nella serie di decisioni pasticciate che accompagnarono il rimpatrio del torturatore libico, compreso il volo su un aereo di Stato - e rinviare a giudizio i due ministri e il sottosegretario. Spiegando che non ci sono prove documentali chiare della partecipazione di Meloni al “disegno criminoso”, e le eventuali deduzioni politiche non interessano il lavoro dei giudici. E aggiungendo che in tal senso si era mosso il procuratore di Roma Lo Voi, lo stesso che sei mesi fa fece partire gli avvisi di garanzia che scatenarono il più clamoroso, forse, caso di corto circuito tra giustizia e politica.
Si sa: i rapporti tra la Procura di Roma e gli inquilini di Palazzo Chigi hanno attraversato diverse stagioni, e nessuno rimpiange quella in cui il “Palazzaccio”, l’edificio di fronte al Tevere che allora ospitava i più alti dirigenti della magistratura italiana era altresì conosciuto come il “porto delle nebbie”, luogo in cui si procedeva a sistematici insabbiamenti delle inchieste che riguardavano governi e ministri. In quest’occasione, però, forse un semplice ragionamento informale, come quello che solitamente s’instaura tra i vertici dei poteri istituzionali, avrebbe consentito di evitare le conseguenze che si sono viste. Naturalmente il procuratore Lo Voi non potrà che invocare l’obbligatorietà dell’azione penale, seppure innescata da un solitario avvocato non immune in passato alla ricerca di pubblicità. E la premier Meloni ha tutto il diritto di chiedere come possano i magistrati ritenere che una decisione così delicata, un “disegno criminoso” di tale entità, ammesso che di questo si tratti, sia stato realizzato da due ministri e un sottosegretario alle spalle del capo del governo. Una presidente del Consiglio che, se davvero fosse andata così, il giorno dopo avrebbe almeno dovuto licenziare i tre malcapitati.
Sarebbe davvero interessante arrivare a conoscere in base a quali documenti, a quale ipotesi investigativa, il procuratore Lo Voi e i giudici del Tribunale dei ministri siano arrivati alle loro conclusioni. E cosa decideranno di fare adesso che si trovano davanti a una pubblica confessione, la “regina delle prove”, contenuta nel post di Meloni di ieri sera: in particolare quando dice di essere stata lei, nel bene e nel male, ad assumersi la responsabilità del rimpatrio di Almasri, così come tocca fare normalmente a chi coordina l’attività di un governo.
Ma di tutto questo, si può già dirlo, non sapremo niente. Molto probabilmente, a mettere una lapide sull’increscioso caso del torturatore Almasri - con cui probabilmente non solo l’attuale governo, con il cinismo necessario, aveva trattato per ottenere un rallentamento delle partenze e degli sbarchi di migranti irregolari - arriverà il voto del Parlamento che negherà ai giudici del Tribunale dei ministri l’autorizzazione a procedere contro Piantedosi, Nordio e Mantovano.











