di Mario Di Vito
Il Manifesto, 9 agosto 2025
L’immunità a Bartolozzi è per i reati in concorso con Nordio, ma non copre le dichiarazioni “mendaci” al tribunale dei ministri. Attesa per l’iter parlamentare, ma la procura vuole andare fino in fondo. La città giudiziaria di piazzale Clodio, a Roma, è praticamente deserta in questi primi giorni di agosto. La pratica Almasri, con il tribunale dei ministri che ha terminato il suo lavoro venerdì scorso e il procuratore Francesco Lo Voi che ha trasmesso gli atti al parlamento nella giornata di martedì, è sostanzialmente sbrigata. Restano poche cose da fare tra chi già è in ferie e chi ci andrà a breve, le indagini non faranno grandi progressi finché la Camera e il Senato non si saranno espressi sulle richieste di autorizzazione a procedere nei confronti di Mantovano, Nordio e Piantedosi. Con la posizione della capa di gabinetto di via Arenula Giusi Bartolozzi che resta sospesa: benché non indagata, tutti - a partire dal governo e dalla maggioranza - sono convinti che presto o tardi la sua iscrizione arriverà.
Ad ogni modo il cavillo salvifico per lei è già stato trovato in una legge del 1989 che estende l’immunità anche a chi è indagato per reati in concorso con dei parlamentari. Per la procura di Roma, che vorrebbe andare fino in fondo sulla storiaccia della liberazione dell’aguzzino libico Osama Almasri, il problema non risiede nella dubbia interpretazione di una norma sin qui mai utilizzata - i costituzionalisti si interrogano ma nessuno dà risposte definitive -, perché in ogni caso per dirimere la controversia verrebbe sollevato il conflitto d’attribuzione e ci sarebbe poi da aspettare il pronunciamento della Consulta. Vorrebbe dire mettere una pietra sopra il caso Almasri per diversi mesi. Vorrebbe dire azzoppare fatalmente l’indagine.
Ma forse il punto è un altro: se ci fosse stata l’intenzione di indagare Bartolozzi per concorso in un reato ministeriale - è il ragionamento che si fa in piazzale Clodio - sarebbe già stato fatto. E allora bisogna rileggere gli atti del tribunale dei ministri, soprattutto nella parte in cui le giudici Maria Teresa Cialoni, Donatella Cesari e Valeria Cerulli bollano la testimonianza della capa di gabinetto come “inattendibile e, anzi, mendace” da più punti di vista. La strada è dunque quella di un’ipotesi di falsa dichiarazione all’autorità giudiziaria. Che aprirebbe il secondo tempo dell’inchiesta e andrebbe oltre i reati (favoreggiamento, omissione d’atti d’ufficio e peculato) per i quali con ogni probabilità il parlamento negherà l’autorizzazione a procedere, mettendo di fatto quel segreto di stato che Meloni proprio non vuole apporre. In questo scenario non si parlerebbe più del caso Almasri e di quello che è successo tra il suo arresto (il 19 gennaio) e il suo rimpatrio (il 21 gennaio), ma di un qualcosa che è accaduto in un altro momento. C’è di più: così facendo sarebbe inoltre possibile chiamare ministri, sottosegretari e premier a dire la loro in qualità di testimoni o persone informate dei fatti.
Si vedrà, anche perché bisogna sottolineare che la decisione del tribunale dei ministri è andata molto oltre il parere del procuratore Lo Voi, che avrebbe voluto archiviare non solo Meloni, ma anche Piantedosi e Mantovano. Vero è che l’epicentro della questione è il ministero di via Arenula, che la decisione di Piantedosi di muovere un aereo per riportare il boia di Tripoli a casa sua ne era una conseguenza e che Mantovano, in quanto autorità delegata alla sicurezza della Repubblica, potrebbe - con qualche ragione - opporre il segreto di stato di fronte alle inevitabili domande sui rapporti del nostro paese con la Libia. Ad ogni modo, e al di là di ogni distinguo giudiziario, il governo ha deciso di assumersi la piena responsabilità politica dell’affaire Almasri. Già lunedì sera, dopo aver annunciato via social di essere stata archiviata, Meloni ha rivendicato tutto quanto: “Ogni scelta, soprattutto così importante, è concordata”. E la stessa cosa, si parva licet, ha fatto anche Nordio giovedì, quando - “inorridito” e “con raccapriccio” - ha commentato l’ipotesi di incriminazione di Bartolozzi sostenendo che lei non avrebbe mai e poi mai fatto nulla senza il suo assenso (anche se lui è rimasto a casa sua a Treviso durante il weekend decisivo, mentre lei a Roma si dava molto da fare e ha partecipato pure a una riunione con i servizi segreti).
Del resto, a destra, è parere diffuso che in ogni storia di immigrazione il governo non abbia che da guadagnare consensi. Anche se si parla di aver fatto fuggire un ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità. Non conta il merito di una storia che, a conti fatti, per Meloni e soci è solo l’ennesimo atto della guerra alla magistratura. Sullo sfondo c’è sempre il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia previsto per la prossima primavera. Un evento che agli italiani verrà presentato come una scelta di campo priva di sfumature e distinguo: o state dalla parte del governo o state dalla parte dei giudici.











