di Roberto Cavalieri*
La Repubblica, 11 luglio 2025
L’intervento del Garante dell’Emilia Romagna. “Mancano percorsi dedicati alle vittime, capaci di stimolare negli autori dei reati una vera assunzione di responsabilità”. Il caso di Andrea Cavallari, il 26enne condannato per la strage di Corinaldo che ha ottenuto un permesso per laurearsi e non è più rientrato in carcere, ha sollevato polemiche. L’opinione pubblica condanna l’assenza di controllo durante il permesso e contesta la possibilità di concedere benefici a chi si è reso responsabile di reati tanto gravi. A essere più ferite, però, sono le famiglie delle vittime, che ancora una volta sentono le loro istanze trascurate e non riconosciute.
L’aspetto su cui dovremmo riflettere non è l’esistenza di strumenti come i permessi premio o il lavoro esterno, che non vanno assolutamente demonizzati, bensì la totale assenza di percorsi dedicati alle vittime, capaci di riconoscerle pienamente e di stimolare negli autori dei reati una reale assunzione di responsabilità. Pertanto, occorre chiedersi se la giustizia riparativa potrebbe rendere percorsi detentivi come quello di Cavallari più significativi e realmente trasformativi, soprattutto in vista della concessione dei benefici.
In Italia, strumenti come i permessi premio fanno parte del programma di trattamento e possono essere concessi dal magistrato di sorveglianza a chi non risulti socialmente pericoloso e abbia mantenuto una condotta regolare. Questi permessi mirano a favorire il recupero dei legami affettivi, culturali o lavorativi. Tuttavia, ci si può legittimamente chiedere se i criteri adottati per la loro concessione siano davvero sufficienti. Implementare programmi di giustizia riparativa significa favorire un percorso che restituisca senso alla pena e dignità alla vittima. È chiaro che questi percorsi non devono essere lasciati al caso, né ridotti all’incontro diretto tra vittima e autore del reato, incontro che, se non adeguatamente preparato, può rivelarsi sfavorevole, come nel caso di Innocent Oseghale, detenuto che lo scorso 7 marzo ha incontrato la madre della vittima nel carcere di Ferrara. È possibile ipotizzare che casi come questi amplifichino il senso di sfiducia nei confronti della giustizia riparativa.
La giustizia riparativa non si esaurisce in quel tipo di incontro, che resta raro e delicato, ma deve necessariamente coinvolgere anche la società e diventare parte integrante dei percorsi trattamentali all’interno delle carceri. Purtroppo, questi strumenti non sono ancora sistematicamente previsti né integrati nel trattamento penitenziario italiano. Eppure, in altri Paesi esistono programmi strutturati che includono l’incontro con vittime aspecifiche, ex detenuti che testimoniano gli effetti dei reati ponendo enfasi sul danno arrecato alla società, laboratori sulla gestione della rabbia o sul legame tra tossicodipendenze e reato. Si tratta di percorsi che agiscono in profondità, che trasformano la percezione del reato e fanno nascere una vera assunzione di responsabilità non arrecando alcun danno alla vittima del crimine. Il punto, allora, non è abolire i benefici o irrigidire il sistema. Il punto è costruire percorsi che abbiano un reale valore trasformativo. La giustizia riparativa potrebbe essere la chiave. Ma se è così, e le esperienze più evolute ci dicono che lo è, allora dobbiamo chiederci: perché non la stiamo usando? Perché da due anni sono completamente disattese le pratiche previste dalla riforma Cartabia?
*Garante regionale persone sottoposte a misure restrittive o limitative della libertà personale











