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di Fabio Amendolara

La Verità, 15 dicembre 2024

Per risolvere il conflitto tra giudicati nell’ingarbugliata vicenda giudiziaria di Monica Busetto, l’operatrice sociosanitaria condannata a 25 anni per l’omicidio della dirimpettaia Lida Taffi Pamio a Mestre, 12 anni fa, ci sarebbero esclusivamente due strade: “Individuare nella giurisprudenza una linea interpretativa, se esistente, oppure intervenire con un decreto legge”, spiega alla Verità Mario Esposito, professore di Diritto costituzionale all’università del Salento.

L’ipotesi che ci siano due imputate, la Busetto e Susanna Lazzarini, rea confessa (e autrice, tre anni dopo, di un altro omicidio molto simile), non in concorso tra loro nel reato ma singolarmente condannate per lo stesso fatto, fa storcere il naso al professore: “Bis in idem non mi era mai capitato”, afferma. Poi aggiunge: “Se così fosse sarebbe inaccettabile e bisognerà porre rimedio”. Con una modifica della quale, secondo Esposito, “beneficerà una delle due imputate oppure, secondo il principio giuridico della “analogia in bonam partem” che, nei casi non espressamente previsti dalla legge, applica la disciplina prevista per le questioni simili o desunta dai principi generali dell’ordinamento giuridico, “potrebbero beneficiarne tutte e due”. Di certo, il conflitto tra giudicati è uno dei presupposti per chiedere una revisione della sentenza. Ma i giudici della Cassazione, dopo il “niet” della Corte d’appello di Trento, come svelato da Mario Giordano l’altro giorno sulla Verità, hanno negato alla Busetto la riapertura del processo (che era stata chiesta dai suoi difensori, gli avvocati Alessandro Doglioni e Stefano Busetto).

“Bisognerà attendere le motivazioni”, afferma la senatrice leghista Erika Stefani, che sta studiando il caso in vista di una interrogazione da presentare al Guardasigilli Carlo Nordio. Nei fatti, la questione appare chiara: la Busetto, della quale non ci sono tracce nell’appartamento della vittima, ha sempre negato il suo coinvolgimento ma è stata incriminata a causa di una catenina trovata nella sua abitazione sulla quale era presente il Dna della vittima (in quantità estremamente ridotta, appena tre picogrammi: un dettaglio che ha portato il caso a essere trattato anche su diverse riviste scientifiche e che potrebbe derivare, sostiene la difesa, da una contaminazione con altri reperti analizzati contemporaneamente); la Lazzarini ha confessato il crimine e, dopo aver sostenuto per tre lunghi interrogatori di aver agito da sola, ha improvvisamente cambiato versione accusando anche la Busetto.

Il cambio di rotta è stato così valutato dai giudici della Corte d’appello: “Certamente difettano dei requisiti della spontaneità e della tempestività (sono state rappresentate dopo molto tempo la commissione dell’omicidio)”; tuttavia, “non vi è dubbio che una ritrattazione “maldestra” possa essere utilizzata come conferma dell’attendibilità delle dichiarazioni iniziali”. Il giudice per l’udienza preliminare che ha giudicato la Lazzarini, poi, ha affermato che “il ruolo di materiale compartecipe nel delitto della Busetto non ha trovato adeguato riscontro”. Parole che si sono trasformate subito in un “contrasto tra giudicati”.

Nel frattempo, sia la Busetto, che ha una condanna definitiva per l’omicidio della dirimpettaia, sia la Lazzarini restano in carcere per lo stesso delitto. Pur non avendo agito, come stabilito nella decisione del gup, in concorso tra loro.