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di Irene Famà

La Stampa, 22 maggio 2025

Secondo i giudici è impossibile credere che il sottosegretario alla Giustizia abbia agito per “leggerezza, superficialità” o, peggio, per ignoranza vista la sua formazione. Sul caso dell’anarchico Alfredo Cospito, il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro ha divulgato informazioni “segrete” creando un “concreto pericolo per la tutela e l’efficacia della prevenzione e repressione della criminalità”. Impossibile credere che abbia agito per “leggerezza, superficialità” o, peggio, per ignoranza. Il suo profilo personale parla da sé: “Laureato in legge, avvocato penalista, sottosegretario con delega agli istituti di pena (quindi proprio il settore che attua il regime di carcere duro), parlamentare di lungo corso, attento e sensibile ai profili della sicurezza”. Lo scrivono nero su bianco i giudici che il 20 febbraio scorso hanno condannato l’onorevole a otto mesi di reclusione per divulgazione di segreto d’ufficio.

Le tappe della vicenda - La vicenda ruota intorno a documenti riservati che Delmastro ha condiviso con l’amico e compagno di partito Giovanni Donzelli. E il deputato di Fratelli d’Italia li ha utilizzati per un intervento in parlamento contro altri colleghi del Pd. Le informazioni risalgono a inizio 2023, quando l’anarchico libertario, recluso in Sardegna, era nel pieno dello sciopero della fame contro il 41 bis. Dietro le sbarre erano state captate delle conversazioni tra Alfredo Cospito e alcuni esponenti di spicco della criminalità organizzata, che facevano intuire “una comune battaglia per l’abolizione del carcere duro, una sorta di saldatura, per convergenza di interessi, tra la criminalità politica e quella comune, nella sua forma più pericolosa”.

Ecco. Quelle “intese, ritenute di rilievo e degne di attenzione sotto il profilo preventivo e repressivo”, Delmastro le condivide con l’amico. E così diventano di dominio pubblico. Non solo. Per ottenere quei dettagli, i particolari di quelle conversazioni, “compulsa” l’allora capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria Giovanni Russo. Chiede con insistenza le relazioni su Cospito. Si mette pure una sveglia per ricordarselo. Poi racconta tutto al deputato Donzelli.

La versione fornita da Delmastro in Aula - Difficile credere alla versione fornita in aula dal parlamentare: “Delmastro non aveva con sé nessun documento. Ha una grande memoria”. Come sottolineano i giudici nelle quarantatré pagine di motivazione della sentenza, i colloqui sono stati riportati “con termini e modi così precisi da consentirne una riproduzione letterale parola per parola”.

C’è poi un ulteriore aspetto, messo in evidenza negli atti. Con il suo comportamento, il sottosegretario alla Giustizia ha messo in pericolo anche alcuni agenti della polizia penitenziaria in servizio a Sassari. Perché se è vero che il fatto che i detenuti fossero controllati e ascoltati era una sorta di “segreto di pulcinella”, un conto sono le ipotesi, un altro è la certezza. E proprio in seguito al “clamore mediatico dell’intervento in Parlamento dell’onorevole Donzelli, Cospito e altri vennero a sapere che il loro colloquio era stato ascoltato e riferito. E l’indicazione precisa e circostanziata delle frasi captate, poteva mettere i detenuti in condizione di ricostruire il momento in cui si erano parlati e individuare, quantomeno a livello di sospetto, il personale che le aveva captate e riferite”.

La difesa di Delmastro in tribunale - Delmastro, in aula, assistito dagli avvocati Andrea Milani e Giuseppe Valentino, si era difeso più o meno così: “Non sapevo che quegli atti fossero riservati. Non sono di certo io a dover valutare come classificare un documento”. Mentre gli avvocati di parte civile, Federico Olivo, David Ermini e Mitja Gialuz, in rappresentanza di alcuni deputati Pd, erano andati all’attacco: “L’onorevole sapeva bene che quei documenti erano riservati”. In caso contrario? “Il percorso delle carte trasmesse a Delmastro - si legge nella sentenza - era disseminato di alert sulla delicatezza e la riservatezza delle informazioni contenute”. Insomma: impossibile non sapere. E impossibile non capire che quelle informazioni dovevano restare top secret.