di Giuseppe Salvaggiulo
La Stampa, 4 luglio 2019
Il procuratore generale della Cassazione si difende in una lettera ai colleghi. Ma anche Unicost invoca le dimissioni. Riccardo Fuzio, procuratore generale della Cassazione, reagisce alla rivelazione delle sue conversazioni con Luca Palamara con una strategia in tre mosse.
La prima: la diserzione del plenum del Csm, in cui siede in virtù del suo ruolo. La seconda: la richiesta di un colloquio con Sergio Matterella. La terza: una lettera ai 60 colleghi che guida da due anni e mezzo. Il tutto nel giorno in cui, dopo l'Associazione nazionale magistrati, anche la sua corrente, Unicost, gli chiede un passo indietro per "il senso di responsabilità istituzionale" che "impone scelte non rimandabili per la credibilità della magistratura tutta".
Dimissioni attese anche da chi è di casa al Colle, dove Fuzio potrebbe salire già oggi. Ma che sembrano tutt'altro che scontate, a leggere le due pagine che ieri Fuzio ha fatto recapitare ai colleghi della Procura generale. Una irrituale comunicazione che Fuzio aveva sperimentato dopo le embrionali indiscrezioni sui suoi contatti con Palamara e prima di sedere con Mattarella nel plenum del Csm in cui il presidente aveva chiesto di "voltare pagina".
Ora che è noto il contenuto delle sue conversazioni con Palamara, tali da fargli rischiare un'incriminazione disciplinare da parte dello stesso ufficio che dirige, Fuzio torna a scrivere ai suoi colleghi con una "diretta interlocuzione".
"Me lo impongono", premette, non solo "le notizie riportate sui mass media" ma anche "le iniziative intraprese sul piano associativo", leggi la richiesta di dimissioni dell'Anm. Fuzio rivendica di non aver mai nascosto "la risalente conoscenza con Palamara e le interlocuzioni con lui avute" in diversi periodi e soprattutto dopo che "Il Fatto Quotidiano", nel settembre 2018, aveva rivelato l'esistenza dell'inchiesta perugina.
Anzi di aver informato i colleghi che con lui valutano i procedimenti disciplinari sui magistrati, quando da Perugia sono arrivate le prime carte. Quindi ricostruisce quanto avvenuto nella seconda metà di maggio, in particolare la genesi e lo svolgimento del colloquio con Palamara che gli viene contestato. Racconta Fuzio che, tornato in Italia da "impegni istituzionali all'estero", fu vittima di un blitz da parte di Palamara, il quale "con modalità a sorpresa di cui se necessario chiarirò i dettagli mi imponeva la sua presenza dinanzi alla mia abitazione senza che nessun incontro o colloquio fosse mai stato concordato o programmato in precedenza". Tesi che contrasta con quanto emerge dalle intercettazioni, secondo cui nei giorni precedenti Fuzio, contattato all'estero, consigliava a Palamara, tramite l'allora membro del Csm Luigi Spina: "Digli di non fare niente e quando torno lo chiamo".
Quindi Fuzio illustra ai suoi colleghi lo svolgimento della conversazione con Palamara, "quasi del tutto dominata dai suoi sfoghi e dalle sue lamentele", a cui Fuzio non avrebbe reagito solo per "garbo caratteriale".
Fuzio nega aver rivelato a Palamara segreti dell'indagine perugina: i dettagli sui viaggi "erano già noti a molti magistrati romani e allo stesso Palamara". E inserisce "la breve interlocuzione" sull'argomento, ancorché con "modi improvvisi", nell'ambito di un antico rapporto di "risalente comunanza e comunanza di vedute in ambito associativo", in forza del quale anche in passato Palamara aveva manifestato a Fuzio "il suo stato emotivo legato alla vicenda". Il procuratore generale rivendica a sé "il tentativo di razionalizzare e sdrammatizzare lo stato di agitazione" di Palamara, ma senza corrispondere alla "continue sollecitazioni" affinché lo stesso Fuzio intercedesse presso il vicepresidente del Csm Ermini per ammorbidire le conseguenze dell'inchiesta perugina.
Quanto alle trame sulla nomina del procuratore di Roma, Fuzio si assegna un ruolo di oppositore del duo Palamara-Ferri: nega di essere a conoscenza della riunione notturna del 9 maggio con Lotti e spiega di essere intervenuto il 21 maggio nell'ambito del Csm "con una presa di posizione istituzionale non gradita a chi aveva deciso di stringere i tempi" per votare Marcello Viola.
Fuzio respinge "gli attacchi strumentali" e rivendica di aver tempestivamente avviato l'azione disciplinare contro Palamara: "Ho deciso di anteporre l'interesse delle istituzioni alla mia posizione personale in silenzio e davanti alla mia coscienza". La lettera è stata accolta con imbarazzo nell'ufficio. I colleghi attendono l'esito del colloquio al Quirinale. In assenza di un passo indietro, non escludono di autoconvocarsi in assemblea. Contro il proprio capo.










