di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 4 ottobre 2019
"Non ci provate a dire che noi vogliamo processare l'Arma, perché l'Arma è accanto a noi", intima il pubblico ministero Giovanni Musarò, mentre si appresta a chiedere pene pesantissime per i carabinieri imputati di omicidio e falso per la morte di Stefano Cucchi.
E parlando si accalora, deciso a bloccare l'ennesimo tentativo di depistaggio: l'insinuazione "sterile e strumentale" di alcuni avvocati difensori secondo cui la Procura ha inteso mettere sotto accusa un'intera istituzione per coprire altre responsabilità. Non è vero, ribatte Musarò: "Questo è solo un processo a cinque rappresentanti dell'Arma che nel 2009, come altri oggi imputati in un altro procedimento, hanno violato il giuramento di fedeltà alle leggi e alla Costituzione, tradendo innanzitutto l'istituzione di cui fanno parte".
La prova? La costituzione di parte civile del comando generale, per il "gravissimo discredito dell'immagine istituzionale", contro cinque altri ufficiali, nel dibattimento per i depistaggi fissato a metà novembre. "Un atto di fortissima rilevanza simbolica", spiega il pm, che aggiunge un altro punto di svolta che ha segnato il riscatto dell'Arma: "La leale collaborazione alle indagini offerta nel 2018 e nel 2019 dal Comando provinciale dei carabinieri di Roma, dal Reparto operativo e dal Nucleo investigativo".
Il resto - lascia intendere il magistrato - sono insinuazioni e veleni che si aggiungono agli inquinamenti di cui è costellato il "caso Cucchi", fabbricati o avallati dai carabinieri alla sbarra. "Depistaggi inimmaginabili, che hanno raggiunto picchi da film dell'orrore", cominciati la sera stessa del fermo e del "violentissimo e vile pestaggio" di Stefano Cucchi.
Con meticolosità e precisione Musarò sgrana il rosario di falsi e bugie scoperte grazie a un'indagine nella quale è dovuto ricorrere alle tecniche antimafia per rompere "il muro di omertà": dal verbale d'arresto al registro del fotosegnalamento sbianchettato, dalle relazioni di servizio modificate alla nota in cui si sosteneva che Cucchi era affetto da "tossicodipendenza in fase avanzata, epilessia, anoressia e sieropositività". Tutte bugie che si sono ripetute e alimentate nel tempo, costruite e diffuse ad arte grazie a "una regia unitaria".
Ma soprattutto, accusa il pm, giunte al livello più alto delle istituzioni democratiche: il Parlamento. Le bugie erano infatti destinate al ministro della Giustizia chiamato a rispondere in Senato sulle cause della morte di Stefano Cucchi, e gli sono arrivate seguendo una catena che dalle stazioni è arrivata fino al ministero della Difesa, passando per i comandi dell'Arma, e poi trasmesse ai vertici dei ministeri.
"Hanno fatto mentire il Guardasigilli, e per quanto si voglia minimizzare è un fatto gravissimo - scandisce Musarò - in una Repubblica parlamentare dove il governo è chiamato a rendere conto, un ministro ha dichiarato il falso sulla base di atti falsi costruiti dai carabinieri". Falsi dai quali scaturì il processo a tre agenti penitenziari innocenti - Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Dominici - che dovevano essere testimoni, invece divennero imputati (assolti) e oggi sono parte lesa delle calunnie contestate ai carabinieri.
In aula, i tre ascoltano e annuiscono mentre il pm ricorda che "il movente" dei depistaggi sta nelle prime denunce politiche e di stampa, dove si affermava che il destino di Cucchi si era consumato nelle caserme dei carabinieri in cui trascorse la notte del fermo: "II re era nudo fin dall'inizio, ma con quelle menzogne la storia è stata capovolta". E dopo dieci anni arrivano le richieste di pena per chi partecipò all'arresto.










