di Bruno Ferraro*
Libero, 18 dicembre 2019
Non entro ovviamente nel merito della vicenda per la non conoscenza degli atti e per l'estrema difficoltà di muoversi, a tavolino, nel ginepraio delle ricostruzioni fatte negli armi da giudici e periti. Mi limito a ritenere presuntivamente per buona la conclusione a cui, dopo 10 armi e svariati processi, sono pervenuti i giudici della Corte di Assise.
Cucchi dunque sarebbe morto in conseguenza del pestaggio subito da due carabinieri nei locali della stazione di Roma Appia, i cui effetti si sarebbero rivelati letali a causa del pessimo stato di salute del geometra romano per malnutrizione ed altre affezioni. Di qui la condanna per omicidio preterintenzionale di due militari dell'arma e per falso del terzo carabiniere (autore nel 2015, a distanza di 6 armi dal fatto, della clamorosa rivelazione): idem per l'ex comandante della stazione, che non avrebbe rivelato nel rapporto la triste verità.
Assolti in altri procedimenti gli agenti di polizia penitenziaria che tradussero in tribunale l'arrestato per la convalida; assolti gli infermieri ed i medici che si occuparono della salute di Cucchi nei pochi giorni che precedettero la morte. Legittima allora è la domanda: è stata fatta veramente giustizia? E se sì, chi esce dal processo come vincitore o vinto?
Ha vinto sicuramente la famiglia del geometra che si è strenuamente battuta, non rassegnandosi ai primi deludenti verdetti e ponendo in essere un'azione di denunzia a livello di opinione pubblica e di mass media che ha scongiurato la caduta dell'oblio sul caso. Non riavrà il congiunto ma potrà rivalersi con un'azione risarcitoria. Ne escono vincitori gli agenti di polizia penitenziaria, i medici e gli infermieri dell'ospedale Pertini.
D'altro canto, che ragione avevano i primi per picchiare l'arrestato nei sotterranei del Palazzo di Giustizia, con la sicura certezza di essere scoperti dai magistrati (Gip e Pm) incaricati di lì a poco della convalida dell'arresto? Quale plausibile motivo poteva spingere medici ed infermieri a trascurare il paziente in maniera tanto grave da procurarne la morte?
Le perizie, a quanto è dato sapere, hanno escluso qualsiasi profilo di responsabilità professionale. Ne esce bene la Giustizia. La conclusione dimostra che i magistrati procedono magari a rilento leggendo variamente le carte processuali ma alla fine imboccano il sentiero della verità: verità, si badi bene, che è quella processuale non sempre coincidente con la verità reale ed assoluta.
Non ne esce sconfitta l'Arma dei carabinieri, la cui immagine di strenua paladina dell'ordine, della sicurezza e dei diritti dei cittadini non è scalfita dall'operato, in singoli casi, di suoi appartenenti. L'Arma dunque non assume il ruolo di imputata ma se mai di parte lesa per la lesione di immagine ingenerata da vicende come questa.
È chiaro che le valutazioni appena fatte si basano sulle conclusioni, processualmente non definitive, della sentenza di Corte di Assise: una sentenza che merita rispetto al pari di quelle che l'hanno preceduta, giungendo a conclusioni in tutto od in parte diverse. Giudicare non è facile. Giudicare bene, quando l'opinione pubblica preme chiedendo una sollecita "verità", è ancora più difficile. *Presidente Aggiunto Onorario Corte di Cassazione










