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di Giovanni Bianconi

Corriere della Sera, 8 aprile 2022

Una falsa verità costruita a tavolino attraverso documenti modificati ad arte, cancellati, spariti o negati, che ha resistito finché la tenacia di una famiglia mai arresa e le tecniche investigative di una Procura determinata a riaprire il caso, hanno smascherato l’imbroglio.

Dopo quasi tredici anni, il bilancio giudiziario sulla morte di Stefano Cucchi conta tre assoluzioni definitive per gli agenti di custodia mandati alla sbarra nel primo processo; un’assoluzione e quattro prescrizioni (frutto di annullamenti e rinvii) per i medici e gli infermieri; due condanne definitive di altrettanti carabinieri responsabili del “violentissimo pestaggio” e altre due per falso da rivedere in un nuovo appello; otto condanne in primo grado pronunciate ieri dei militari dell’Arma (tra cui alcuni alti ufficiali) imputati per i depistaggi che hanno accompagnato tutte le indagini svolte dal 2009 in avanti.

Un cammino lunghissimo e accidentato, tipico dei grandi misteri d’Italia; sentire parlare di Cucchi 1, bis e ter fa pensare ai processi Moro 1, bis e ter, a quelli sulla strage di Bologna (l’altro ieri s’è chiuso in primo grado il quater) o sulla morte di Paolo Borsellino. Proprio con la strage di via D’Amelio emerge l’ulteriore, inquietante analogia di giudizi durati anni contro persone innocenti: a Palermo si videro infliggere l’ergastolo scontando lunghissime reclusioni, a Roma almeno sono stati sempre assolti. Ma resta scolpita la definizione del “Cucchi uno” data dal pubblico ministero del bis e ter Giovanni Musarò: “Un processo kafkiano con i testimoni sul banco degli imputati e gli imputati sul banco dei testimoni”.

Persino la deposizione dell’immigrato africano che riferì di aver ascoltato le percosse inflitte dagli agenti penitenziari evoca i falsi pentimenti che hanno inquinato indagini e sentenze sul delitto Borsellino. A questo erano giunti i depistaggi sanzionati con il verdetto di ieri: una falsa verità costruita a tavolino attraverso documenti modificati ad arte, cancellati, spariti o negati, che ha resistito finché la tenacia di una famiglia mai arresa e tecniche investigative degne delle più complicate inchieste antimafia adottate da una Procura determinata a riaprire un caso di fatto archiviato, hanno smascherato l’imbroglio.

Arrivato fino in Parlamento, dove un ministro è stato indotto a riferire le stesse bugie. Tutto questo - ha sostenuto l’accusa - per un meccanismo di autoprotezione scattato all’interno dell’articolazione romana dei carabinieri, con lo scopo di evitare che le ombre sulla morte di Cucchi coinvolgessero una struttura già provata in quei giorni da altre vicende poco commendevoli. Tuttavia le condanne (di imputati che continuano a proclamarsi innocenti, e tali vanno considerati in attesa dei prossimi giudizi) non coinvolgono l’Arma nel suo insieme.