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di Benedetta Tobagi

La Repubblica, 10 agosto 2023

Si tratta di tesi difensive infondate, e già ampiamente smentite in decenni di processi sulla strage di Bologna, che rientrano in un più ampio tentativo da parte della destra di costruire una narrazione alternativa del passato.

Con riferimento alle dichiarazioni di Marcello De Angelis che negano la responsabilità dei terroristi neri nella strage di Bologna del 2 agosto 1980, si è spesso parlato di “revisionismo”, ma così facendo si rischia di dare eccessivo valore e dignità alle sue parole e ad altre affermazioni consimili.

Si tratta semplicemente di tesi difensive infondate e già ampiamente smentite in decenni di processi, che rientrano in un più ampio tentativo da parte di porzioni significative della destra italiana di costruire una narrazione alternativa del passato, in cui, di preferenza, i suoi esponenti si presentano come vittime e capri espiatori; una narrazione che poggia su basi ideologiche anziché documentali, strumentale ai propri obiettivi politici e alla legittimazione delle proprie radici, a discapito dell’adesione ai principi fondativi del patto costituzionale.

Affermazioni incuranti dei dati accertati in sede giudiziaria e storiografica, che puzzano di negazionismo assai più che di revisionismo, termine con cui si definisce una corrente storiografica, volta (cito dalla Treccani) “a rivedere gli studi sul fascismo e sul nazismo, per darne una lettura compiutamente storica, senza pregiudizi ideologici”.

Marcello De Angelis, già membro del gruppo di estrema destra Terza posizione e condannato per il reato di associazione sovversiva e banda armata, cognato di Luigi Ciavardini (militante dello stesso gruppo poi associatosi ai Nar, con cui ha compiuto delitti per cui è stato condannato in via definitiva, in particolare, nell’estate del 1980, l’omicidio del magistrato Mario Amato e la strage del 2 agosto), parla come molti esponenti della sua area politica passati per le aule di giustizia.

Carlo Maria Maggi, per esempio, leader di Ordine Nuovo condannato in via definitiva per la strage di piazza della Loggia e a lungo indagato per altri massacri della strategia della tensione, nel 2010 pubblica un’autobiografia intitolata “L’ultima vittima di piazza Fontana”.

Già nel 1974, l’estrema destra si appropria dello slogan “la strage è di Stato” coniato a difesa degli anarchici - loro sì falsamente accusati della strage di piazza Fontana - per la campagna innocentista a favore dei terroristi neri Franco Freda e Giovanni Ventura.

La tesi che i terroristi neri fossero i capri espiatori di una macchinazione governativa, perché anche Bologna era una “strage di Stato”, è stata riproposta dall’estrema destra ancora al recente processo contro il Nar Gilberto Cavallini, condannato in primo grado per la strage (si attende a breve la pronuncia del giudizio d’appello).

Ma in tutte le inchieste per strage, da Milano a Brescia, a Bologna, i terroristi neri, lungi dall’essere capri espiatori, sono stati protetti da un’orgia di depistaggi messi in atto da pezzi importanti delle forze di sicurezza.

Quanto ai dubbi sulle condanne a carico dei Nar, riproposti anche su queste pagine da Luigi Manconi, occorre far presente che, dopo le condanne definitive di Mambro e Fioravanti nel 1995 e di Ciavardini nel 2007, i recenti processi a carico del suddetto Cavallini e di Paolo Bellini hanno confermato e alquanto rafforzato il quadro accusatorio (che era indiziario, certo: come in tutti i processi pesantemente intralciati sin dal principio dai depistaggi).

I legami di Cavallini con la vecchia guardia della destra ordinovista hanno mandato a gambe all’aria l’autorappresentazione dei Nar come “spontaneisti” nazional-rivoluzionari, mentre il delinearsi con sempre maggior chiarezza del ruolo della P2 di Gelli dietro la strage del 2 agosto getta una luce sinistra sulle vigorose dichiarazioni d’innocenza dei Nar: se mai avessero confessato, infatti, avrebbero rischiato di dover dar conto di tutta una torbida e potentissima rete d’interessi ben poco antisistema.

Negare tutto è un’attitudine frequente - e anche comprensibile, per carità - da parte degli imputati di delitti gravi e delle persone a loro vicine. Ma nel dibattito pubblico non dovremmo trattare uscite simili come tesi equiparabili a ricostruzioni ben altrimenti documentate.

Mi pare che il caso De Angelis non solo si iscriva nella tradizione delle polemiche neofasciste sullo stragismo, ma rientri in una più ampia degenerazione che ha ridotto il dibattito pubblico a un perenne talk show a cielo aperto, in cui le opinioni si equivalgono, mentre ricostruzioni giudiziarie frutto di decenni di inchieste e processi, ricerche storiografiche o studi scientifici sono trattati alla stregua di semplici costruzioni interessate o persecutorie.

L’Italia, d’altra parte, è il Paese in cui Berlusconi si è proclamato per decenni vittima innocente di una persecuzione giudiziaria delle “toghe rosse”, in cui una sua maggioranza di centro-destra in Parlamento ha avallato col proprio voto che Ruby sarebbe stata la nipote del presidente egiziano Mubarak, in cui qualcuno si ostina a definire “esuli” dei latitanti. Quindi, per favore, non chiamatelo revisionismo.