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di Giulia Merlo

 

Il Domani, 3 ottobre 2020

 

Dopo l'assoluzione di primo grado. La procura di Massa ha fatto ricorso in appello contro la sentenza di assoluzione a Marco Cappato e Mina Welby. Il tesoriere e la co-presidente dell'associazione Luca Coscioni erano finiti sotto processo per aver aiutato Davide Trentini, malato di sclerosi multipla, accompagnandolo in Svizzera, per fare ricorso al suicidio assistito nell'aprile del 2017.

Lo scorso 28 luglio, la corte d'Assise li aveva assolti "perché il fatto non sussiste" per l'ipotesi di istigazione al suicidio e "perché il fatto non costituisce reato" per l'ipotesi di aiuto al suicidio. Il pm, invece, aveva chiesto la condanna a 3 anni e 4 mesi di reclusione. Cappato e Welby hanno preso atto "con rispetto" della decisione della procura e hanno puntato il dito contro il parlamento: "La grave responsabilità di quanto sta accadendo è tutta del parlamento italiano che non ha ancora fornito risposta ai due richiami della Corte costituzionale".

La colpa del parlamento Nella sua sentenza interpretativa del 2019 sul caso del suicidio assistito di dj Fabo, la Consulta aveva infatti parlato di "indispensabile intervento del legislatore" per una revisione dell'articolo 580 del codice penale, che prevede cinque anni di reclusione per chi "determina altri al suicidio o rafforza l'altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l'esecuzione".

I giudici costituzionali hanno ritenuto "non punibile" chi agevola l'esecuzione del suicidio, nel caso in cui il proposito si sia "formato autonomamente e liberamente" in un paziente "tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli". Pur sollecitando un intervento delle camere, dunque, la Corte ha fissato le condizioni soggettive del paziente che rendono non punibile l'aiuto al suicidio.

Questa sentenza è stata alla base dell'assoluzione in primo grado anche per il caso Trentini, perché la corte d'Assise ha ritenuto che le quattro condizioni indicate dalla Consulta per la non punibilità del reato si fossero verificate anche in questo caso. "C'è stata istigazione" Di diverso avviso la procura, che ha basato l'appello su due elementi: per quanto riguarda l'istigazione, ha ritenuto che l'aiuto prestato a Trentini sia stato di agevolazione fisica concreta; Cappato e Welby inoltre avrebbero rafforzato l'idea di suicidarsi nel malato.

Il pm, infatti, ha scelto un'interpretazione restrittiva della sentenza costituzionale e sollevato dubbi sul fatto che Trentini fosse tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale. La procura ritiene che il "trattamento vitale" sia tale solo se il paziente è completamente dipendente da una macchina per sopravvivere, e così non era nel caso di Trentini.

"La sentenza della Corte costituzionale ha delineato i criteri per i quali, in futuro, l'assistenza al suicidio non è più reato. Per i casi pregressi, come quello di dj Fabo e Trentini, ha stabilito che spetta al giudice di merito valutare se sussistono situazioni "sostanzialmente equivalenti" alle condizioni indicate", spiega Francesco Di Paola, avvocato difensore di Cappato e Welby.

Nel caso di Trentini, la difesa ha sostenuto che Davide si trovasse in una situazione sostanzialmente equivalente a quella di essere tenuto in vita da una macchina, anche se non sarebbe morto istantaneamente se il suo respiratore fosse stato spento.

A questa tesi ha dato ragione la sentenza di primo grado. Davide Trentini era capace di intendere e di volere, era malato di sclerosi multipla, quindi una malattia irreversibile, che gli provocava insopportabili dolori. "Noi abbiamo dimostrato che, in linea con la sentenza costituzionale, il trattamento di sostegno vitale non può essere inteso restrittivamente. Anche perché, da un punto di vista medico, nemmeno dj Fabo sarebbe morto immediatamente se spente le macchine, ma avrebbe potuto sopravvivere anche alcune settimane", ha detto Di Paola.

"Rifaremmo tutto e siamo pronti a rifarlo, anche se il prezzo da pagare dovesse un giorno essere quello di finire in carcere", è stato il commento di Cappato e Welby. Intanto, però, il parlamento è ancora immobile sul tema del fine vita. L'iter della legge sull'eutanasia è iniziato a gennaio 2019, ma è ancora fermo nelle commissioni Giustizia e Affari sociali della Camera, perché non c'è accordo sul testo base tra le forze politiche di maggioranza.

Con le Camere ferme al palo, la sentenza della Consulta diventa l'unico appiglio giuridico che offra una bussola costituzionalmente orientata per valutare i casi di suicidio assistito. In attesa del prossimo malato incurabile che sceglierà di chiedere aiuto all'associazione Luca Coscioni e del prossimo processo.